Mercoledì 22 Luglio 2026Le notizie di Viterbo e provincia

Il centro storico come luogo antropologico: cosa si perde quando un luogo perde identità

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2 min di lettura

Vicolo in pietra del quartiere San Pellegrino a Viterbo, con piante e fiori

Opinione — un contributo a firma “L’Osservatore”.

L’assurdo è la perdita d’identità anche dei luoghi antropologici, pur conservando gli elementi culturali della comunità che vi ha risieduto o vi risiede — tradizioni, usi, costumi, arte, storia. Un luogo antropologico, in base al proprio spazio, costruisce l’identità e i rapporti di chi ci vive; ma quando gli abitanti non lo abitano più, se non sporadicamente, quel luogo smette di essere davvero “identitario” e “relazionale”, e resta solo spazio della memoria — o spazio per celebrare, in abito da sera, un mercimonio.

Cosa rende un luogo un luogo

Un luogo antropologico è tale per tre ragioni: è identitario, perché esistono differenze che lo rendono riconoscibile rispetto a tutti gli altri, e gli abitanti vi fondano la propria identità come individui e come comunità; è relazionale, perché è sede e rappresentazione materiale delle relazioni fra chi lo abita; è storico, perché conserva la memoria degli eventi trascorsi, assicurando — attraverso discontinuità nello spazio — una continuità nel tempo. In un luogo antropologico vero, ogni azione sociale è riconducibile allo spazio.

Il centro storico come luna park

E allora viene da chiedersi: quali delle nostre città hanno ancora un’identità compiuta e attuale, se la periferia nasce spontanea e il centro storico rischia di diventare una sorta di luna park — consumato, ma anche mercificato, addobbato secondo il solito schema mentale sulla città antica? Se è piena, sinonimo di successo; se è vuota, di tristezza. È quasi la sindrome della pagina bianca per lo scrittore: si trasferisce all’esterno un vuoto interiore che, invece, potrebbe essere il paradigma di una vita più armoniosa.

La città antica ha bisogno anche di spazi naturali: via un parcheggio, ben venga un parco, come luogo quasi spirituale. Un luogo non dovrebbe essere solo un contenitore permanente di eventi. Ci siamo dimenticati le nostre origini di pianificatori? O aspettiamo — parafrasando Mircea Eliade — l’eterno ritorno della città alle sue forme e alle sue ragioni originarie, invece di ammettere che è una crisi sociale profonda a non produrre più, in Italia, modelli identitari di città?

Le opinioni espresse in questo contributo sono dell’autore e non impegnano la redazione. Leggi tutti gli editoriali dell’Osservatore.

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