Editoriale
Il 12 luglio il Teatro dell’Unione ha ospitato la festa della candidatura di Viterbo e la Tuscia a Capitale europea della Cultura 2033, con la direzione artistica del vicesindaco Alfonso Antoniozzi. È un traguardo che vale la pena raccontare per intero, comprese le dimensioni della sfida: perché la Tuscia, in questa corsa, non è sola — e gli avversari che si è trovata di fronte non sono piccoli.
Chi corre contro Viterbo
Al momento risultano in campo per il titolo 2033 anche Torino e Trieste. Torino ha già attivato un Tavolo Strategico comunale dedicato e un sito web autonomo per la candidatura; è la seconda area metropolitana d’Italia, con un sistema museale, universitario e industriale-culturale che gioca in un campionato diverso. Trieste porta in dote una proiezione internazionale ed europea consolidata da decenni, per posizione geografica e storia. Viterbo e la Tuscia, con le loro decine di piccoli Comuni, si presentano come l’outsider: meno risorse, meno strutture, ma — sulla carta — un’identità territoriale diffusa che le grandi città non hanno.
Cosa chiede davvero l’Unione Europea
Il regolamento europeo non premia la città più bella o più conosciuta, ma il progetto più solido su alcuni criteri precisi: una strategia culturale pluriennale (non un anno di eventi, ma un percorso costruito negli anni), una vera dimensione europea del programma, la capacità organizzativa di realizzarlo, il coinvolgimento della cittadinanza e — non ultimo — un piano di sostenibilità economica credibile, che non si areni una volta spenti i riflettori. Sono gli stessi quattro-cinque criteri su cui verranno giudicate, alla pari, Torino, Trieste e Viterbo: la scala della città non è, formalmente, un fattore di merito. Nella pratica, però, tradurre quei criteri in un dossier competitivo richiede una macchina organizzativa e finanziaria che una metropoli mette in campo più facilmente di un capoluogo di provincia.
Una corsa che comincia solo adesso
Vale la pena anche ridimensionare l’urgenza del momento: il bando ufficiale con cui l’Italia inviterà le città a presentare la candidatura non uscirà prima del 2027, e la nomina della Capitale 2033 arriverà — per regola europea — quattro anni prima dell’anno del titolo. Quella del 12 luglio, insomma, non è stata la gara: è stata l’apertura ufficiale di un cantiere che durerà anni, in cui il dossier andrà scritto, discusso e finanziato pezzo per pezzo. Il tempo per costruire un progetto competitivo, in altre parole, c’è ancora — ma altrettanto lo hanno Torino e Trieste, che sono partite con largo anticipo organizzativo.
Che Viterbo vinca o no, mettersi in gara con questi criteri e con questi avversari è già un esercizio utile: costringe la città a chiedersi cosa vuole diventare, non solo cosa vuole festeggiare. La domanda da tenere d’occhio, nei prossimi mesi, non è quanta gente c’era al Teatro dell’Unione il 12 luglio, ma se dietro la festa nascerà davvero un dossier capace di reggere il confronto con due contendenti di questa taglia.

Foto di apertura: Teatro dell’Unione, Andrea Maurizi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons. Fonti: EUR-Lex (regolamento UE Capitali europee della cultura 2020-2033), Fondazione per la Cultura di Torino, Comune di Torino, Artribune.





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