Ogni 3 settembre, un centinaio di uomini vestiti di bianco con una fascia rossa in vita si caricano sulle spalle una torre di diverse tonnellate e la portano, al buio, per un chilometro di vie cittadine. Sono i Facchini di Santa Rosa, il cuore umano di uno dei riti popolari più scenografici d’Italia.
Un sodalizio, non un mestiere
Essere Facchino non è un lavoro: è l’appartenenza a un sodalizio — la Società dei Facchini di Santa Rosa — che tramanda la tradizione spesso di padre in figlio, tra le famiglie viterbesi più legate al culto della Santa. Il “vestito” del Facchino, camicia e pantaloni bianchi con la fascia rossa, è diventato negli anni un simbolo riconoscibile quanto la Macchina stessa.
Portare la Macchina richiede allenamento, sincronia e una resistenza fisica non banale: il peso si scarica su speciali “barelle” imbottite appoggiate alle spalle, e ogni Facchino occupa una posizione precisa lungo la struttura. Non è solo forza: serve equilibrio collettivo, perché un passo sbagliato di uno solo si sente su tutti gli altri.
A Viterbo esiste anche un museo dedicato al sodalizio, dove si possono vedere documenti, foto storiche e cimeli delle edizioni passate del Trasporto: una tappa che vale una visita per chi vuole capire meglio cosa c’è dietro pochi minuti di spettacolo che si preparano, in realtà, per un anno intero.
Foto: SiBen9, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.





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