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Viterbo, tra la bandiera di Vannacci e lo striscione “Remigrazione”: l’immigrazione non si governa con una parola

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Facciata di un edificio istituzionale storico di Viterbo

Opinione — un contributo di Luca Sarcone.

Una bandiera di Futuro Nazionale sull’ex Caserma Giulioli, in piazza della Rocca. Poco distante, appena fuori dalle mura, un grande striscione con la scritta “Remigrazione” affacciato su piazzale Gramsci. Due immagini comparse nel paesaggio urbano di Viterbo che raccontano come il tema dell’immigrazione sia entrato in una nuova fase del confronto politico cittadino.

La prima riguarda l’apertura della sede viterbese di Futuro Nazionale, il partito fondato dall’ex generale ed europarlamentare Roberto Vannacci. Il nuovo spazio si trova al civico 21 di piazza della Rocca, all’interno della storica ex Caserma Giulioli, in un immobile concesso dall’imprenditore Piero Camilli.

Il comitato cittadino, guidato da Vittorio Galati, ha presentato la sede come un luogo di ascolto, partecipazione e aggregazione rivolto in particolare ai giovani. L’insediamento nel cuore della città conferma il tentativo del nuovo partito di costruire una presenza organizzata anche nella Tuscia, dopo la nascita di altri comitati provinciali.

La seconda immagine è ancora più esplicita. Sul terrazzo di un edificio di piazzale Gramsci è stato esposto uno striscione con la parola “Remigrazione”. Si trova proprio sopra un negozio di casalinghi gestito da cittadini di origine cinese: una sovrapposizione visiva particolarmente forte, anche se non esiste alcun elemento per attribuire al negozio o ai suoi titolari responsabilità o collegamenti con l’iniziativa.

Lo striscione è stato rivendicato dal Comitato Remigrazione e Riconquista di Viterbo, soggetto distinto da Futuro Nazionale. Il comitato ha dichiarato di volerlo lasciare esposto fino alla discussione parlamentare della propria proposta di legge di iniziativa popolare, depositata alla Camera dopo la raccolta di circa 150mila firme.

Cosa significa “remigrazione”

Nel linguaggio dei suoi promotori, la remigrazione viene presentata come un programma per rafforzare i rimpatri degli stranieri irregolari, espellere quelli condannati per reati e favorire il ritorno volontario nei Paesi di origine.

La proposta comprende anche l’istituzione di un organismo dedicato, l’abolizione dell’attuale decreto flussi, limitazioni alle organizzazioni non governative impegnate nel Mediterraneo e criteri preferenziali per le famiglie italiane nell’accesso ad alcuni servizi.

Il termine, però, resta ambiguo. Può indicare l’applicazione delle procedure di rimpatrio già previste per chi non possiede un titolo di soggiorno, ma nel dibattito politico europeo viene talvolta utilizzato in un’accezione molto più ampia, fino a comprendere persone regolarmente residenti o perfino cittadini di origine straniera.

È proprio questa ambiguità a suscitare le maggiori preoccupazioni. In uno Stato di diritto non è possibile allontanare una persona sulla base della provenienza, della religione o dell’appartenenza culturale. Anche l’espulsione di uno straniero irregolare deve rispettare procedure individuali, diritto di difesa, protezione dei minori, legami familiari e norme italiane ed europee. I rimpatri collettivi e indiscriminati non rappresentano quindi una soluzione concretamente praticabile.

A Viterbo gli stranieri sono già parte della città

Il dibattito può essere acceso, ma dovrebbe partire dai numeri. Nel comune di Viterbo vivono circa 7.300 cittadini stranieri, pari all’11 per cento della popolazione. In provincia sono oltre 32mila, attorno al 10 per cento dei residenti.

Non si tratta di una presenza omogenea: nel capoluogo sono rappresentate 124 cittadinanze diverse. Molte persone risiedono in Italia da anni, lavorano, pagano le imposte, hanno figli che frequentano le scuole locali o gestiscono attività commerciali.

Il loro contributo è particolarmente rilevante nell’agricoltura. Secondo uno studio della Uila basato anche su dati Istat, nella provincia di Viterbo i lavoratori stranieri rappresentano circa la metà degli operai agricoli. Nel solo capoluogo arriverebbero a quasi l’80 per cento: 874 lavoratori su circa 1.100.

Una politica che promettesse semplicemente di “rimandarli tutti a casa” dovrebbe dunque spiegare chi raccoglierebbe i prodotti agricoli, chi sostituirebbe i lavoratori nei cantieri, nella ristorazione, nell’assistenza familiare e nei servizi. Soprattutto, dovrebbe chiarire chi siano esattamente quei “tutti”: gli irregolari, chi commette reati, chi possiede un regolare permesso oppure anche chi vive e lavora qui da decenni?

Confondere queste categorie rende il messaggio più efficace sul piano emotivo, ma molto meno credibile sul piano amministrativo e giuridico.

I problemi esistono e non vanno nascosti

Questo non significa negare le difficoltà legate all’immigrazione. La gestione degli arrivi, la presenza di persone senza documenti, lo sfruttamento del lavoro, il caporalato, l’accesso agli alloggi, la pressione sui servizi e gli episodi di criminalità richiedono risposte concrete.

Anche l’integrazione non avviene automaticamente. Occorrono corsi di lingua, controlli sul lavoro irregolare, politiche abitative, mediazione culturale, regole rispettate e strumenti che impediscano la formazione di quartieri isolati. Chi arriva deve conoscere e osservare le leggi, ma le istituzioni devono creare le condizioni perché possa farlo.

La sicurezza è un diritto dei cittadini e non può essere liquidata come una paura inventata. Allo stesso tempo, attribuire a un’intera comunità le responsabilità dei singoli alimenta diffidenza senza ridurre i reati. Un cittadino straniero che delinque deve rispondere delle proprie azioni come chiunque altro, nel rispetto delle leggi e delle garanzie previste dall’ordinamento.

Tra slogan e governo della realtà

La nuova sede di Futuro Nazionale e lo striscione di piazzale Gramsci mostrano che la questione migratoria sarà uno dei temi centrali anche della politica viterbese. È legittimo discutere di controlli, ingressi, rimpatri e sicurezza. È altrettanto necessario domandarsi se uno slogan riesca davvero a descrivere la città che pretende di cambiare.

Viterbo non deve scegliere tra l’accettazione passiva di qualsiasi situazione e l’espulsione generalizzata. Esiste uno spazio molto più difficile, ma anche più concreto, fatto di legalità, programmazione degli ingressi, integrazione, contrasto allo sfruttamento e rimpatrio effettivo di chi non ha diritto a rimanere.

Le soluzioni estreme hanno il vantaggio di stare su uno striscione. Governare un fenomeno complesso, invece, richiede numeri, regole, risorse e responsabilità. È meno immediato, ma è l’unico modo per evitare che la paura diventi propaganda e che le persone, italiane o straniere, vengano ridotte a una categoria.

Fonti principali: l’apertura della sede nell’ex Caserma Giulioli, dati Istat e uno studio della Uila sul lavoro agricolo nella Tuscia, testo programmatico dei promotori, regole europee sui rimpatri.

Le opinioni espresse in questo contributo sono dell’autore e non impegnano la redazione. Immagine di apertura generata con intelligenza artificiale, non una fotografia.

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