Opinione — un contributo di Barbara Cangini.
A Viterbo, in questi giorni, esiste una regola non scritta. Non è affissa sui muri, non compare nei regolamenti comunali e probabilmente non è nemmeno necessario spiegarla ai viterbesi.
Si chiama DSR.
Dopo Santa Rosa.
Tre lettere che, pronunciate al momento giusto, possono risolvere quasi qualsiasi questione.
«Quando lo facciamo?»
«DSR.»
«Quando ci vediamo?»
«DSR.»
«Questa cosa è urgente.»
«Certo. DSR.»
E improvvisamente tutto torna al suo posto. Perché prima di Santa Rosa, a Viterbo, l’urgenza è un concetto relativo.
C’è una città che continua apparentemente a funzionare, ma con una certa distrazione. Le persone lavorano, fanno la spesa, rispondono al telefono, prendono appuntamenti. Eppure, sotto la superficie, qualcosa sta succedendo.
Si aspetta.
Si aspetta la sera del 3 settembre.
Perché in quei giorni Viterbo sembra vivere in una specie di atmosfera sospesa. Non è esattamente silenzio, non è ancora festa. È quell’attesa particolare che precede qualcosa che tutti conoscono e che, proprio per questo, non ha bisogno di essere raccontato.
Basta guardare San Sisto.
Lì c’è lei.
La Macchina di Santa Rosa.
Chiamarla semplicemente «manufatto» sarebbe quasi offensivo. Un manufatto si costruisce, si colloca, si osserva. La Macchina, invece, sembra avere una propria personalità. È una creatura gigantesca che per gran parte dell’anno non esiste e poi, improvvisamente, ricompare e prende possesso dell’immaginazione della città.
Alta decine di metri, ferma, immobile, apparentemente impossibile.
E soprattutto imbavagliata.
Le strutture che la circondano la tengono stretta con un abbraccio che ricorda quello di una madre che trattiene il figlio prima di lasciarlo uscire di casa. Solo che qui il figlio è alto come un palazzo e, tra qualche giorno, dovrà attraversare il centro storico sulle spalle di cento Facchini.
Il dettaglio non è secondario.
Perché quella creatura enorme, che sembra sfidare ogni ragionevole rapporto tra peso, altezza e buonsenso, la sera del 3 settembre si muoverà.
E non grazie a un motore.
Non grazie a ruote nascoste.
Non grazie alla tecnologia.
Grazie agli uomini.
I Facchini di Santa Rosa.
Uomini che, in quella sera, sembrano trasformarsi in una curiosa combinazione di fede, forza fisica, disciplina e incoscienza controllata. Muscoli niente male, certo, ma soprattutto una responsabilità enorme sulle spalle, in senso letterale e simbolico.
E allora si capisce anche quell’aria che si respira nei giorni precedenti.
Passando davanti a San Sisto viene quasi spontaneo rallentare.
La si guarda.
Si osservano le strutture che la tengono ferma, i dettagli, le dimensioni. E viene da pensare che sia impossibile che quella cosa possa davvero muoversi.
Poi ci si ricorda che a Viterbo succede ogni anno.
Ed è forse proprio questo il bello.
Perché la Macchina è contemporaneamente qualcosa di concretissimo e qualcosa che appartiene alla dimensione del simbolo. È legno, metallo, tecnologia, progettazione, fatica. Ma è anche memoria, fede, identità e appartenenza.
È una creatura che per un anno resta immobile e che, per una sola sera, torna a camminare.
E quando cammina, la città cambia.
Le strade diventano un percorso, i palazzi una cornice, la folla parte dello spettacolo. E per qualche minuto non importa più nulla di ciò che normalmente sembra importantissimo.
Le scadenze possono aspettare.
Le telefonate possono aspettare.
Le discussioni possono aspettare.
I problemi, possibilmente, anche.
DSR.
Dopo Santa Rosa.
Prima, c’è lei.
E forse è proprio questa la forza della tradizione: riuscire, almeno per qualche giorno, a convincere una città intera che esiste qualcosa di più importante della fretta.
A Viterbo lo sappiamo bene.
Perché possiamo anche avere mille cose da fare.
Ma se c’è da aspettare Santa Rosa, beh…
Si può rimandare.
DSR.
Foto: Amras Carnesîr, CC BY-SA / GFDL, via Wikimedia Commons.





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