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Disoccupazione giovanile e salari bassi: è davvero colpa delle nuove generazioni “sfaticate”?

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Una vetrina chiusa con la serranda abbassata lungo il corso, a Viterbo

Le imprese della Tuscia dichiarano di non trovare personale, mentre molti giovani lasciano il territorio. Dietro questo apparente paradosso ci sono stipendi che hanno perso potere d’acquisto, contratti precari, scarsa formazione aziendale, costo del lavoro elevato e poche prospettive di crescita

VITERBO – «I giovani non hanno voglia di lavorare». È una frase che ritorna puntualmente nei bar, nelle aziende e sui social, soprattutto quando un ristorante non trova camerieri, un’impresa agricola cerca operai o un’attività commerciale pubblica un annuncio senza ricevere le risposte desiderate.

Spesso viene accompagnata da un’altra espressione: «Ai miei tempi era diverso». Ma quanto c’è di vero?

È possibile che alcuni ragazzi rifiutino lavori faticosi o abbiano aspettative poco realistiche. Trasformare singoli comportamenti in un giudizio su un’intera generazione, però, significa ignorare le condizioni economiche nelle quali oggi un giovane dovrebbe costruire la propria autonomia.

Il lavoro esiste, ma non sempre garantisce un reddito sufficiente per pagare affitto, trasporti, alimentazione e bollette. E quando un impiego offre poche possibilità di stabilizzazione o crescita, il problema non può essere liquidato come mancanza di volontà.

La disoccupazione giovanile resta molto più alta di quella generale

Ad agosto 2025 il tasso di disoccupazione italiano era pari al 6%, mentre quello dei giovani tra 15 e 24 anni raggiungeva il 19,3%. Il dato va interpretato con attenzione: non significa che un giovane su cinque sia disoccupato, perché il tasso viene calcolato soltanto su chi lavora o sta cercando attivamente un impiego, escludendo gran parte degli studenti.

Rimane comunque una distanza considerevole rispetto agli adulti.

Nel 2025 il tasso di occupazione dei giovani europei appena usciti da un percorso di istruzione o formazione era mediamente dell’83%. In Italia si fermava al 71,8%, uno dei valori più bassi dell’Unione.

Anche il numero dei NEET, cioè i giovani che non lavorano e non frequentano percorsi di studio o formazione, è diminuito sensibilmente nell’ultimo decennio. L’Italia ha registrato tra il 2015 e il 2025 uno dei miglioramenti più marcati in Europa, ma continua a presentare una quota superiore alla media comunitaria.

I dati raccontano quindi una situazione in miglioramento, ma ancora fragile. Non una generazione che ha collettivamente deciso di smettere di lavorare.

Gli stipendi sono aumentati meno dei prezzi

Il problema non riguarda soltanto la possibilità di trovare un’occupazione, ma ciò che quello stipendio consente realmente di acquistare.

Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani, cioè corretti in base all’inflazione, erano ancora inferiori del 6,1% rispetto all’inizio del 2021. È la perdita più elevata tra le maggiori economie dell’organizzazione.

L’Istat rileva che nel 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 3,1%, ma il recupero non ha ancora cancellato la diminuzione di potere d’acquisto accumulata durante la fase di forte inflazione.

Un aumento nominale dello stipendio non rappresenta infatti un miglioramento se, nello stesso periodo, affitti, energia, carburanti e alimenti crescono più rapidamente.

Questa difficoltà pesa soprattutto sui giovani, che partono generalmente dai livelli contrattuali più bassi, lavorano più spesso per periodi brevi e possono ricevere una retribuzione annuale ridotta non soltanto per il salario orario, ma per il numero limitato di giornate lavorate.

I settori attraverso i quali si entra frequentemente nel mercato del lavoro – ristorazione, turismo, commercio, agricoltura, pulizie, assistenza e servizi personali – sono anche quelli caratterizzati più spesso da stagionalità, turni serali o festivi, contratti a termine e part-time non sempre scelti dal lavoratore.

Un’offerta può quindi essere formalmente regolare e rispettare il contratto collettivo, ma risultare comunque insufficiente a costruire una vita autonoma.

Nella Tuscia il lavoro viene offerto, ma soprattutto a termine

Il rapporto Excelsior 2025 della Camera di commercio Rieti-Viterbo offre un quadro particolarmente interessante. Le imprese della provincia avevano programmato circa 21.050 entrate lavorative durante l’anno.

È importante precisare che le “entrate” non corrispondono necessariamente a 21mila nuovi posti stabili: comprendono contratti di diversa durata, sostituzioni, rapporti stagionali e la possibilità che la stessa persona venga conteggiata più volte.

Il 27,6% delle opportunità era rivolto esplicitamente a giovani fino a 29 anni. I settori con il maggior numero di ingressi previsti erano alloggio, ristorazione e turismo, con circa 4.060 entrate; settore primario, con 3.790; servizi alle persone, con 3.710; commercio e riparazione di veicoli, con circa 2.900.

Il dato più significativo riguarda però la tipologia contrattuale. Tra le assunzioni alle dipendenze previste dalle imprese viterbesi, soltanto il 13,4% era a tempo indeterminato, contro il 19% del Lazio e il 17,4% nazionale. I rapporti a tempo determinato rappresentavano invece il 66,2%, una quota superiore sia alla media regionale sia a quella italiana.

Non significa che ogni contratto a termine sia scorretto. Agricoltura e turismo hanno una componente stagionale inevitabile. Ma se il lavoro disponibile è prevalentemente temporaneo, diventa difficile per un giovane programmare un trasferimento, affittare una casa, ottenere un finanziamento o mettere su famiglia.

Le imprese non trovano candidati: un dato che non va ignorato

Lo stesso rapporto mostra l’altra parte del problema. In provincia di Viterbo il 54,9% delle figure ricercate era considerato difficile da reperire, contro il 42,1% del Lazio e il 47% nazionale.

Nel 37,1% dei casi le imprese attribuivano la difficoltà alla mancanza di candidati; nel 13,9% a una preparazione inadeguata. Per le posizioni destinate ai giovani, la difficoltà di reperimento raggiungeva il 52%.

Non si può quindi negare che esista un problema di incontro tra domanda e offerta. La provincia cerca conduttori di macchine agricole, operai specializzati, tecnici informatici, addetti alle costruzioni, meccanici, personale sanitario e operatori dei servizi, ma non sempre trova persone con competenze ed esperienza adeguate.

A volte i giovani non conoscono le opportunità disponibili o hanno scelto percorsi di studio poco collegati al mercato locale. In altri casi, però, vengono richieste esperienza e disponibilità immediata anche per posizioni di ingresso.

Il 61,6% delle entrate programmate nella Tuscia richiedeva una precedente esperienza nel settore o nella professione. Si crea così il paradosso del giovane che dovrebbe aver già lavorato per ottenere il suo primo vero impiego.

Stage e tirocini: formazione o manodopera a basso costo?

Il tirocinio dovrebbe essere un periodo limitato di apprendimento, con obiettivi formativi, tutor e competenze verificabili. Non è un rapporto di lavoro e non dovrebbe sostituire un dipendente.

Nel Lazio, per i tirocini extracurriculari, è obbligatoria un’indennità minima di 800 euro lordi mensili. I tirocini curriculari collegati a scuole e università seguono invece una disciplina differente e possono non prevedere un’indennità obbligatoria.

Ottocento euro rappresentano un rimborso e non uno stipendio. Possono essere accettabili per una breve esperienza realmente formativa, ma diventano insufficienti e ingiusti quando il tirocinante svolge per mesi gli stessi compiti di un lavoratore, rispetta turni ordinari, copre assenze e produce senza ricevere una formazione concreta.

Il rapporto Excelsior indica che nel 2024 soltanto il 9% delle imprese della provincia aveva ospitato tirocinanti. Il tema non è quindi soltanto il numero dei tirocini, ma il modo in cui vengono utilizzati e la loro capacità di trasformarsi in occupazione.

Uno stage non può diventare una successione permanente: tre mesi in un’attività, sei in un’altra e poi un nuovo tirocinio nello stesso settore, senza mai raggiungere un contratto.

Quando ciò accade, chiedere gratitudine al giovane e accusarlo di scarsa volontà significa capovolgere le responsabilità.

Anche assumere costa troppo

Difendere i lavoratori non significa negare le difficoltà degli imprenditori. Il sistema produttivo italiano è composto soprattutto da piccole e piccolissime imprese, spesso con margini limitati, scarsa capacità di investimento e pochi dipendenti. Nel 2022 la dimensione media delle aziende italiane era di appena 3,9 addetti, contro una media europea di cinque.

In una microimpresa, l’assunzione di una persona rappresenta una decisione molto più rischiosa che in una grande società. Al salario lordo si aggiungono contributi, assicurazioni, accantonamento del Tfr, ferie, malattie, formazione, sicurezza, consulenza e adempimenti amministrativi.

Nel 2025 il cuneo fiscale e contributivo italiano per un lavoratore single senza figli con retribuzione media era pari al 45,8% del costo complessivo sostenuto dall’impresa, contro una media OCSE del 35,1%. Il valore è diminuito rispetto al 47,1% del 2024, ma resta tra i più elevati dell’organizzazione.

Il cuneo fiscale non è una tassa pagata interamente dal datore di lavoro: comprende imposte sul reddito e contributi a carico sia dell’azienda sia del lavoratore, al netto degli eventuali benefici. Misura però la distanza tra quanto costa il dipendente all’impresa e quanto arriva effettivamente nella sua busta paga.

Questo aiuta a spiegare perché un lavoratore possa percepire uno stipendio basso mentre il datore sostiene una spesa molto più alta.

Non spiega però tutto. I salari italiani sono frenati anche dalla bassa produttività, dalle ridotte dimensioni aziendali, dalla limitata innovazione, dal lavoro irregolare e dalla specializzazione in attività a basso valore aggiunto. Ridurre i contributi senza cambiare questi elementi rischia di produrre soltanto un beneficio temporaneo.

«Ai miei tempi» non è un confronto corretto

Le generazioni precedenti hanno spesso affrontato lavori pesanti, orari lunghi e poche tutele. Questo sacrificio merita rispetto, ma non dimostra che le condizioni del passato debbano diventare il modello per il presente.

Molti lavoratori entrati nel mercato alcuni decenni fa potevano contare, dopo una fase iniziale difficile, su una maggiore probabilità di stabilizzazione e su un rapporto più favorevole tra stipendio e costo dell’abitazione.

Oggi il giovane può lavorare regolarmente senza riuscire a lasciare la casa dei genitori. Può essere disponibile a spostarsi, ma scoprire che carburante e manutenzione assorbono una parte rilevante dello stipendio. Può accettare un contratto stagionale, ma non sapere se avrà un reddito il mese successivo.

Non è necessariamente pigrizia. Spesso è un calcolo economico.

Allo stesso tempo, nemmeno tutti i datori di lavoro sono sfruttatori. Molti vorrebbero pagare di più, ma operano in mercati nei quali clienti e intermediari comprimono i prezzi e in cui un aumento dei costi può mettere a rischio la sopravvivenza dell’attività.

Mettere giovani e imprenditori gli uni contro gli altri non risolve nulla.

Cosa si potrebbe fare nella Tuscia

Una politica locale per il lavoro giovanile dovrebbe intervenire contemporaneamente sulla qualità dell’occupazione e sulla capacità delle imprese di sostenerla.

Comune, Provincia, Regione, Università della Tuscia, Camera di commercio, ITS Academy e associazioni imprenditoriali potrebbero creare un patto territoriale basato su misure concrete:

  • incentivi contributivi pluriennali e semplici da ottenere per le imprese che trasformano tirocini e contratti a termine in rapporti stabili;
  • un’integrazione pubblica dell’indennità di tirocinio, condizionata a un vero piano formativo e a una percentuale minima di successive assunzioni;
  • controlli contro l’impiego dei tirocinanti come sostituti di lavoratori ordinari;
  • formazione progettata insieme alle imprese nei settori agricolo, agroalimentare, turistico, meccanico, digitale, energetico e socio-sanitario;
  • sostegno alle reti tra piccole aziende, affinché possano condividere formazione, competenze specialistiche e servizi amministrativi;
  • contributi per trasporti e alloggio destinati ai giovani che lavorano nelle aree rurali o lontane dal proprio comune;
  • premi negli appalti pubblici alle aziende che assumono stabilmente giovani e applicano contratti collettivi rappresentativi;
  • servizi di orientamento capaci di pubblicare retribuzione, orari, durata e possibilità di stabilizzazione già negli annunci;
  • incubatori, credito agevolato e tutoraggio per le imprese under 35.

Il Bonus giovani 2026 prevede un esonero contributivo per determinate assunzioni stabili di lavoratori sotto i 35 anni. Misure di questo tipo possono aiutare, ma devono essere continue, prevedibili e facilmente accessibili anche a una piccola azienda agricola o a un’attività familiare. Incentivi che cambiano ogni anno e richiedono procedure complesse vengono spesso utilizzati soltanto dalle imprese già meglio organizzate.

Trattenere i giovani significa cambiare il territorio

La Tuscia non rischia soltanto di perdere lavoratori. Rischia di perdere competenze, famiglie, consumatori, futuri imprenditori e persone che potrebbero innovare attività tradizionali.

Nel 2025 le imprese giovanili della provincia erano diminuite di 157 unità rispetto all’anno precedente. Nello stesso tempo, le aziende segnalavano difficoltà nel trovare più della metà delle figure ricercate.

È il segnale di un territorio che ha bisogno dei giovani ma non sempre riesce a offrire loro condizioni sufficienti per restare.

La responsabilità non è di una sola parte. Ai giovani viene richiesto di formarsi, accettare una fase iniziale di apprendimento e confrontarsi anche con professioni tecniche o manuali. Alle imprese viene richiesto di proporre compensi trasparenti, rispettare gli orari, formare davvero e offrire una prospettiva. Alle istituzioni spetta ridurre il costo dell’occupazione stabile, migliorare trasporti e servizi e controllare gli abusi.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere: «Perché i giovani non vogliono lavorare?».

Quella più utile è un’altra: quale lavoro stiamo offrendo loro e quale futuro possono costruirci?

Fonti principali: Istat – occupati e disoccupati; OCSE – salari reali in Italia nel 2026; OCSE – cuneo fiscale 2025; Eurostat – occupazione dei neodiplomati e neolaureati; Camera di commercio Rieti-Viterbo – rapporto Excelsior 2025; Regione Lazio – disciplina dei tirocini extracurriculari; Ministero del Lavoro – apprendistato; Unioncamere – produttività e occupazione giovanile.

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