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«Liberi di andare, ma felici di tornare»: la psicologa racconta il disagio dei giovani

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La psicologa e psicoterapeuta Silvia Trotto, in piedi a braccia conserte davanti a una libreria

Difficoltà nelle relazioni, ansia, il confronto continuo con vite apparentemente perfette: il disagio dei giovani ha molti volti e spesso resta silenzioso. Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Silvia Trotto, psicologa e psicoterapeuta che a Viterbo incontra ogni giorno ragazzi e famiglie. Ne è uscito un quadro che invita alla cautela ma anche a una certa fiducia: oggi i giovani chiedono aiuto più spesso di un tempo.

Chi è la dottoressa

Il percorso della dott.ssa Silvia Trotto è costruito attorno al sostegno di bambini, ragazzi, adulti e famiglie. È iniziato all’università con una tesi sulla depressione post parto, svolta nell’AULSS 6 Euganea, ed è proseguito con il supporto ai genitori nelle diverse fasi di crescita dei figli, anche grazie all’associazione Kairos Donna. Tornata a Viterbo, ha collaborato con l’Ospedale Spallanzani di Roma (2019), con la casa-famiglia «Peter Pan» (2020), con i reparti di Neuropsichiatria Infantile di Civitavecchia e Viterbo e con la cooperativa Alicenova Onlus (2021). Fino al 2025 ha fatto parte del progetto SAI del Comune di Viterbo, rivolto ai richiedenti asilo, e del progetto Arcipelago, per giovani adulti con disturbo dello spettro autistico. Ha inoltre svolto docenze per Engim e per il Centro per gli studi criminologici (CSC) di Viterbo.

Una vocazione nata tra i banchi

La scelta di diventare psicologa è nata a scuola. «Ho sempre avuto empatia e voglia di ascoltare gli altri», racconta la dottoressa. Poi, un giorno, durante l’ora di filosofia, il professore ha parlato di Freud ed è scattata la passione. La famiglia, all’inizio, ha avuto qualche riserva, per poi incoraggiarla e sostenerla. Erano altri tempi: «Al tempo erano poche le persone che si rivolgevano a uno psicologo, ora c’è molta più consapevolezza».

Che cosa portano i ragazzi in studio

Le difficoltà che emergono con più frequenza sono di natura relazionale, a volte per la fatica a stare con gli altri, a volte per la loro totale assenza, accanto ai disturbi legati all’ansia.

Le origini, spiega la dottoressa, possono essere diverse. Anche lo stile educativo in famiglia ha il suo peso, in entrambe le direzioni. Un genitore iperprotettivo può trasmettere l’idea che il mondo sia un luogo pericoloso, o far dubitare il figlio delle proprie capacità. All’opposto, uno stile troppo rigido può generare un senso di inadeguatezza, la sensazione di non essere mai all’altezza. A questi fattori si aggiunge l’uso intenso dei social media, che può amplificare tali sensazioni.

C’è però un segnale incoraggiante. Molti ragazzi, così come molte ragazze, si rivolgono alla dottoressa di propria iniziativa. Un dato che, nell’esperienza della professionista, racconta una crescente attenzione alle proprie emozioni e un pregiudizio che si sta attenuando: chiedere aiuto a un professionista nei momenti difficili è sempre meno vissuto come uno stigma.

Social e smartphone: un rifugio che può lasciare il vuoto

I social network offrono occasioni di relazione, ma secondo la dott.ssa Trotto possono anche trasformarsi in un rifugio che lascia un vuoto.

Il meccanismo è sottile. L’incontro di persona può mettere a disagio: si arrossisce, non si ha la battuta pronta. Evitare queste situazioni, preferendo relazioni prevalentemente a distanza, fa sentire più al sicuro, ma priva dell’occasione di sviluppare le competenze relazionali necessarie. Si entra così in un circolo vizioso: paura, evitamento, senso di sicurezza e, di conseguenza, un isolamento sempre maggiore. Imparare a tollerare la frustrazione, ricorda la dottoressa, è invece un passaggio fondamentale del processo di crescita.

Un secondo elemento è la gratificazione immediata. Il cervello, ha spiegato la dottoressa sorridendo, è «un ottimo commercialista»: cerca la via più breve per ottenere soddisfazione. Una corsa, un libro o un incontro con gli amici richiedono impegno; scorrere lo schermo dello smartphone, invece, può offrire gratificazioni rapide, legate al sistema della ricompensa, con uno sforzo minimo: basta un contenuto che piace o un post che ottiene successo.

Pesano poi i modelli ideali, impossibili da raggiungere, che circolano online, fonte di frustrazione, e il bisogno di approvazione legato ai like, che nelle persone più fragili può alimentare ansia e scarsa autostima.

La dottoressa tiene a una precisazione: «Non voglio dire che i social, così come il web in generale, siano da demonizzare». Il punto, piuttosto, è che i ragazzi vanno aiutati a comprendere questi meccanismi.

Disagio della crescita o difficoltà da non sottovalutare?

L’adolescenza è una fase di cambiamenti, e insicurezza, conflitti e fragilità ne fanno parte. Come capire quando serve fare attenzione? Secondo la dott.ssa Trotto, un primo campanello d’allarme sono i cambiamenti repentini.

Una o due giornate storte capitano a tutti, figuriamoci a un adolescente. Diverso è il caso in cui comportamenti come isolamento, stanchezza, svogliatezza e difficoltà scolastiche si ripetano nel tempo e modifichino la quotidianità del ragazzo, cioè il suo modo di vivere la scuola, le relazioni e la vita di tutti i giorni. In quel caso è bene non lasciar correre.

Come stare accanto a un figlio

Quando un adolescente sta male, non sempre riesce a spiegare ciò che prova. Che cosa può fare un genitore? La dottoressa indica alcune strade: mettersi in ascolto senza giudicare, cercare di trascorrere più tempo insieme, accettare anche le emozioni negative, come tristezza e rabbia, senza minimizzarle. Può essere utile anche confrontarsi con gli insegnanti e con le altre persone che ruotano attorno al ragazzo, sempre in modo rispettoso e non invasivo.

Se il malessere nasce dal mondo digitale

Il primo passo non è togliere lo smartphone, ma capire che cosa il ragazzo ci cerca: un rifugio, un confronto, un’approvazione. Parlarne con curiosità, senza processi, aiuta a far emergere i meccanismi descritti dalla dottoressa: i modelli irraggiungibili, il bisogno di like, la gratificazione immediata. Può essere utile proporre alternative che diano soddisfazioni reali, anche se richiedono più impegno, come uno sport, un’attività di gruppo o del tempo insieme senza schermi, e accompagnare con gradualità il ragazzo verso le relazioni di persona, senza forzarlo, per non rafforzare la paura. Divieti imposti senza dialogo rischiano invece di essere vissuti come una punizione.

Se la difficoltà nasce in famiglia o con le persone di riferimento

Quando il disagio ha a che fare con un clima troppo protettivo, troppo rigido o con un rapporto difficile con un adulto di riferimento, vale la pena che sia l’adulto a mettersi in discussione per primo. Non per attribuirsi colpe, ma per chiedersi se il proprio stile lascia spazio alla fiducia, all’autonomia e all’errore. A volte bastano piccoli cambiamenti: ascoltare di più, accogliere uno sbaglio senza giudicare, affidare responsabilità adeguate all’età. Quando il dialogo sembra bloccato, un aiuto esterno, come un colloquio con un professionista o un percorso di sostegno alla genitorialità, può offrire uno spazio neutro, utile sia al ragazzo sia agli adulti.

A chi rivolgersi a Viterbo

Comprendere il disagio è importante, ma altrettanto importante è sapere a chi rivolgersi quando si ha bisogno di aiuto. A Viterbo esistono servizi pubblici, spazi di ascolto e realtà associative che possono offrire orientamento e sostegno, con modalità e destinatari differenti. Ecco alcuni riferimenti utili per cominciare.

Consultorio familiare ASL

Dove: Cittadella della Salute, via Enrico Fermi 15, piano 0, Viterbo.
Psicologo: 0761 237055
Informazioni e prenotazioni: 0761 237062
Orari del servizio: lunedì-venerdì, 8.30-13.30 e 14.30-17.00
Per informazioni e prenotazioni: lunedì-venerdì, 9.00-13.00

Le prestazioni consultoriali sono gratuite e non richiedono l’impegnativa del medico, secondo quanto riportato dall’ASL. È consigliabile telefonare per verificare il percorso più adatto e le modalità di accesso.

Sito: asl.vt.it/consultori

Tutela della salute mentale e riabilitazione dell’età evolutiva (TSMREE)

Dove: Cittadella della Salute, via Enrico Fermi 15, Viterbo.
Telefono: 0761 237666
E-mail: sdif.segr@asl.vt.it
Orari: lunedì-giovedì, 8.00-18.00; venerdì, 8.00-15.00
Primo accesso: verificare con il servizio gli orari di accettazione prima di recarsi in struttura

Servizio specialistico per bambini e ragazzi che necessitano di valutazioni e interventi per difficoltà relative allo sviluppo e alla salute mentale.

Sito: asl.vt.it/tsmree-tutela-salute-mentale-e-riabilitazione-dell-eta-evolutiva

Esistono inoltre realtà associative e centri di ascolto che possono offrire orientamento e sostegno, con modalità e destinatari differenti.

Consultorio familiare della Diocesi di Viterbo

Dove: via San Lorenzo 64, Viterbo, nei pressi della Cattedrale.
Telefono: 351 1344796, contatti anche tramite SMS e WhatsApp
E-mail: consultoriofamiliare@diocesiviterbo.it
Orari pubblicati: lunedì 16.30-18.30; martedì 16.30-18.30 e 10.00-12.00 su prenotazione; giovedì 16.30-18.30

Si rivolge a persone e famiglie che cercano ascolto e orientamento su questioni familiari e relazionali. Prima di recarsi presso la struttura, è opportuno verificare le modalità di accoglienza e le prestazioni disponibili.

Sito: famigliaviterbo.it/contattaci/

Lo Spiffero, centro di aggregazione giovanile

Dove: via della Volta Buia 51, Viterbo.
Destinatari: giovani dai 14 ai 35 anni
Orari indicati: lunedì-venerdì, 15.00-19.00
Gestione: Tuscia Innova, nell’ambito del progetto del Centro di aggregazione giovanile distrettuale

Spazio gratuito dedicato alla socializzazione, all’ascolto e alla crescita personale, con attività di doposcuola, supporto allo studio, laboratori e iniziative culturali. La presenza di professionisti qualificati e l’eventuale servizio di consulenza psicologica vanno confermati direttamente con il centro.

L’accesso al sostegno psicologico gratuito rappresenta ancora un aspetto da potenziare, affinché ragazzi e famiglie possano trovare un aiuto adeguato senza che le difficoltà economiche diventino un ostacolo. Sul territorio si stanno tuttavia delineando nuove iniziative e progetti volti a rispondere a questo bisogno. Sarà importante verificarne tempi di attivazione, risorse disponibili e continuità, affinché le proposte si traducano in opportunità concrete e accessibili per chi ne ha necessità.

Un porto sicuro

Alla fine, alla dottoressa chiediamo che cosa direbbe a un ragazzo che sta attraversando un momento difficile e agli adulti che gli sono accanto. La risposta è una frase che vale da sola un messaggio: «Liberi di andare, ma felici di tornare».

La famiglia, spiega, deve essere un porto sicuro. Ci sarà sempre qualcosa che i ragazzi non diranno mai ai genitori, ed è giusto così. Ma devono sapere che, se un giorno sentiranno il desiderio di confidarsi, non verranno mai giudicati né allontanati.

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