Abbiamo spiegato in un articolo che cos’è il genius loci, lo spirito di un luogo, e perché riguarda Viterbo. Gianluca Bono, per il Comitato di San Pellegrino, lo applica al quartiere medievale: che cosa ne resta oggi e che cosa servirebbe per restituirgli un’anima. Ospitiamo il suo intervento, che esprime il punto di vista di chi lo firma.
Dove siamo
I luoghi di San Pellegrino citati nell’intervento. Dal parcheggio del Sacrario a piazza San Pellegrino ci sono circa 500 metri in linea d’aria.
Elaborazione Cronaca di Viterbo su dati © OpenStreetMap.
Camminando lungo le strade del quartiere di San Pellegrino, tanti sono gli spazi che ci affascinano: spazi tipici proprio di questa parte di città. L’articolazione urbana è peculiare di un ambito organizzato dove strade, edifici-ponte, cortili e le facciate degli edifici si giustappongono in un itinerario tipico medievale. Così è possibile abbandonarsi in un percorso dinamico rettilineo oppure perdersi nella ragnatela labirintica dei piccoli vicoli del Borgo.
Molte delle sensazioni provate percorrendolo, non nascono esclusivamente dalle percezioni visive, ma da uno stato interno passionale, emotivo, che tale bellezza suscita al visitatore. Il tempo sembra essersi fermato proprio nel XII secolo e lo spazio urbano appare immutato, caratterizzato da una sensazione magica, connotata ai luoghi senza tempo.
Le parole del borgo
Tre termini che tornano nell’intervento
La scala esterna in pietra delle case medievali viterbesi: sale al piano abitato e finisce in un ballatoio, spesso sopra un arco.
Una costruzione che scavalca il vicolo appoggiandosi su un arco e collega le case dei due lati.
Le norme che stabiliscono come si restaurano e si mantengono facciate, materiali e colori degli edifici storici.
Elaborazione Cronaca di Viterbo.
Nessun luogo è senza genio
Il Borgo è certamente una località tipica e come tale ha una componente divina, credevano gli antichi, il Genius Loci ovvero lo spirito del luogo o l’essenza di quel luogo. Servio (grammatico latino vissuto tra il IV ed il V secolo d.C.), nel «Commento all’Eneide» (5, 95), scrive: «Nullus locus sine genio» (Nessun luogo è senza genio); come a dire che ogni luogo ha un suo «nume tutelare», uno spirito che lo protegge e lo incarna.
Così come l’uomo nasce per essere «quell’uomo» (e non uno qualsiasi), con quelle caratteristiche, quell’indole, quel destino, così un luogo esiste perché ha, in sé iscritta, la propria peculiare vocazione. Il «Genius loci» veniva individuato sia in ambiti naturali che in località edificate: la conditio sine qua non era solo quella che ad essi doveva essere riconosciuta una particolare «forza» e capacità di influenzare le persone che vi abitavano.
Oggi con la locuzione di Genius Loci si individua l’insieme delle caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di linguaggio, di abitudini che caratterizzano un luogo, un ambiente, una città. Un termine quindi trasversale, che riguarda le caratteristiche proprie di un ambiente interconnesse con l’uomo e le abitudini con cui vive questo ambiente. Si intende indicare il «carattere» di un luogo, e in questo senso vi è una certa corrispondenza con le definizioni che riguardano l’identità visiva, quando questa è applicata a spazi fisici.
Ci si sente a casa quando ci si orienta e ci si identifica con un ambiente o, in breve, quando l’esperienza dell’ambiente, o del luogo, è comprensibile.

Sentirsi a casa
Abitare (sentirsi a casa) è qualche cosa di più che sentirsi protetti. Implica che gli spazi dove si vive sono «luoghi», nel vero senso della parola. Un luogo è uno spazio con un carattere. «È riconosciuto come la concreta realtà che ciascuno di noi ha per affrontare e definire la propria vita quotidiana» (Christian Norberg-Schulz).
Ciascun luogo ha una sua identità, più o meno forte, più o meno esplicita. L’identità di un luogo «culturale» o comunque di pubblico interesse è determinata dal sito stesso, dall’architettura (il contenitore) e dai contenuti. Contenuti che possono essere quelli intrinseci al bene stesso, restituiti dal tempo e reinterpretati, ma anche costituiti dalle sovrastrutture temporanee o permanenti (servizi, eventi, botteghe, etc.).
In questo spazio della memoria, quindi, ogni cittadino dovrebbe riconoscere le proprie radici, la propria storia per abitarlo, con la stessa fierezza con la quale visiterebbe la casa dove è nato o dove sono nati i propri genitori.

Anche gli antropologi si sono occupati del concetto di luogo, infatti hanno coniato il termine «luogo antropologico», inteso come uno spazio connotato antropologicamente, segnato da tradizioni locali, e che conferisce un’identità alle persone che lo vivono intensamente e che tramite esso entrano in relazione tra di loro e con il luogo stesso. I luoghi antropologici sono «identitari, relazionali e storici» (Augé 1993, 60).
Per capire cosa vuole essere il borgo di San Pellegrino va ricercata quella vocazione primigenia, sostiene Norberg-Schulz: «Proteggere e conservare il Genius Loci significa concretizzarne l’essenza in contesti storici sempre nuovi. Si può anche dire che la storia di un luogo dovrebbe essere la sua autorealizzazione».
«Ogni cittadino dovrebbe riconoscere le proprie radici, la propria storia»
Gianluca Bono
Il borgo, di giorno e di sera
San Pellegrino è stato un sito dedito all’abitare, all’artigianato, al commercio, lo dicono gli ambiti esterni fuori alle taverne, i Profferli dove ci si riparava per lavorare o per proteggere le merci, per incontrarsi e lo confermano le sue piazze.
Oggi di giorno il Borgo è poco frequentato, ha un’anima silente, mentre di notte non è più un Luogo, perde la sua identità, resta spazio relazionale certamente ma senza più un rapporto con la storia né con il suo utilizzo e tanto meno con il rispetto dei suoi abitanti.
Proprio il Borgo dovrebbe evocare il suo passato, la sua storia, attraverso un museo permanente che vada a celebrare il ricordo della sua memoria, di una sala per mostre temporanee dove giovani artisti possano esporre l’arte, proprio dove l’arte ha dimora. Il sistema dovrebbe poi arricchirsi di almeno un Bistrot a cielo aperto che accolga i visitatori la mattina e a pranzo (potrebbe e dovrebbe essere uno a turno, dei locali che invece rumoreggiano solo la sera) ed infine botteghe artigiane dove è possibile ammirare l’arte di formare oggetti tipici con quella splendida sinergia tra mani e pensiero progettuale, tra sentimento ed espressione.
È necessaria un’idea di arredo urbano affinché sia possibile ammirare le magnifiche vedute che questo spazio offre ai visitatori come in un salotto a cielo aperto, dove è possibile sostare e non solo transitare frettolosamente.
Piazza San Carluccio invece di essere di sera un parcheggio satollo di automobili dovrebbe essere quella «pausa» dove ripensare il percorso appena terminato ed immaginare quello che si andrà a compiere come avviene nel linguaggio musicale.
Il Borgo la sera perde, purtroppo, la sua essenza, nel quartiere degli uomini e delle carrozze, i locali urlano sino a notte fonda in uno spazio sacro per la sua storia ed evocativo della nostra identità, disturbando il sonno di tanti lavoratori e svalutando il valore immobiliare di abitazioni storiche.

Regole, sicurezza e automobili
Occorre regolare il modo di restaurare, manutenere gli edifici ed i suoi componenti attraverso un Regolamento sull’Ornato da seguire come il sacerdote segue il vangelo.

Il venerdì o il sabato sera non è neanche un quartiere sicuro, si potrebbe morire a via San Pellegrino poiché probabilmente un’ambulanza non riuscirebbe ad entrare in tempo in una strada sovraffollata, dalla sezione esigua e per giunta neanche vigilata da alcuna pubblica autorità.
Il Borgo non è lo spazio delle automobili, in nessuna città d’Europa si potrebbe circolare e parcheggiare auto con la stessa in-delicatezza; è dissonante nella peggiore accezione del termine, è come se vedessimo un chiosco metallico dalla forma spaziale vendere bibite energetiche al centro di Piazza San Pellegrino.

Se dovessimo scegliere un sito dove aprire birrerie e pub molto frequentati, sicuramente dettati dal buon senso, sceglieremmo un’area vicino ad un grande parcheggio, magari al Sacrario, situandoli in strade grandi dove anche la sicurezza sarebbe più tutelata.
Un cuore antico
Lo «spirito del luogo» di questo centro storico grida indignato, per l’assenza di considerazione della sua gente, per la mancanza di amore e attaccamento viscerale; soffre per l’errata visione di un pianificatore poco innamorato. Questa inconscia volontà distruttiva dei siti monumentali non è un incidente, un eccesso di voracità di qualcuno, ma un obiettivo intrinseco del sistema economico dominante.
Così il territorio, spogliato dalla sua storia, diventa strumento neutro del potere economico, mero esercizio nel tracciare confini ed erigere muri dentro cui si crede di segregare i propri sudditi. L’epilogo è che per timore che la Città Antica resti poco «abitata», nella desolante desertificazione o nella folla della notte, o nell’irrispettoso, sporco e maleodorante aspetto dei vicoli, la si svuoti realmente del suo significato trasformando il suo cuore antico, identitario di un popolo e della sua storia, nel malato che la medicina avrebbe dovuto curare.
Le proposte del Comitato, in sintesi
Che cosa servirebbe, secondo l’autore, per restituire al borgo la sua identità
- Un museo permanente sulla storia del borgo
- Una sala per mostre temporanee di giovani artisti
- Almeno un bistrot all’aperto, la mattina e a pranzo, a turno fra i locali
- Botteghe artigiane dove vedere lavorare gli artigiani
- Un arredo urbano per sostare e guardare le vedute
- Piazza San Carluccio libera dalle auto la sera
- Un Regolamento sull’Ornato per restauri e manutenzione
- Birrerie e pub vicino a grandi parcheggi, come il Sacrario
Fonte: l’intervento di Gianluca Bono per il Comitato di San Pellegrino.
Resta la sorpresa nell’osservare l’amministrazione comunale indifferente alla popolarità che la valorizzazione di questi luoghi urbani potrebbe determinare e capace solo di propositi solo annunciati, emblema di quella politica valida solo per un consenso effimero senza mai incidere con pragmatica volontà di cambiamento al prestigio della città ed alla classe politica che volesse avere l’onore e l’onere di perseguirla, costruendo la fortuna turistica ed economica di questa città, attraverso un sistema di valori che vanno dalla «città dei papi» alla città delle terme, dalla macchina di Santa Rosa al Borgo medievale di San Pellegrino o di Pianoscarano, valori dunque capaci di farla ri-conoscere come entità artistico-culturale in tutto il mondo e come strumento di valorizzazione economica dell’intero territorio della Tuscia.
Gianluca Bono per il Comitato di San Pellegrino
Foto d’apertura: Cronaca di Viterbo.
Chi è il Comitato di quartiere San Pellegrino
L’associazione a nome della quale scrive l’autore
Riunisce i residenti del quartiere medievale di San Pellegrino, uno dei più antichi della città. Interviene da anni nel dibattito sul centro storico.
- La sosta riservata ai residenti
- Pulizia e decoro di vicoli e piazze
- La cura di pavimentazioni, facciate e torri
- Il ritorno degli abitanti nel centro storico
Le riunioni pubbliche si tengono nella sala parrocchiale della chiesa di San Pellegrino. Nell’ultima, il 14 maggio 2026, si è parlato anche di un comitato unico per tutto il centro storico.
Sulla pagina Facebook Comitato di quartiere San Pellegrino – Viterbo.
Fonte: interventi pubblici e pagina Facebook del Comitato. Elaborazione Cronaca di Viterbo.





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