Lo si legge nei progetti di riqualificazione, nei documenti sulla tutela, nei dibattiti sui centri storici: genius loci. L’espressione è latina e l’idea è antica, ma serve ancora oggi a rispondere a una domanda molto concreta: che cosa rende un luogo quello che è, e che cosa gli si può fare senza snaturarlo.
Lo spirito del luogo
Per i Romani il genius era uno spirito protettore. Ne avevano uno le persone, le famiglie, le città, e ne aveva uno ogni luogo: un bosco, una fonte, un crocevia, una casa. Servio, il grammatico vissuto tra il IV e il V secolo che commentò l’Eneide, lo riassume in una frase. Lo fa a proposito del serpente che compare sulla tomba di Anchise, e che Enea non sa se considerare il genio del luogo o un servitore del padre: «nullus locus sine genio», nessun luogo è senza il suo genio.
Il genius loci, quindi, non si costruiva: si riconosceva. Era già lì prima di chiunque arrivasse, e a lui si dedicavano altari e iscrizioni.

Dal giardino all’architettura
L’idea torna nel Settecento inglese. Nel 1731 il poeta Alexander Pope, nella lettera in versi indirizzata a Lord Burlington, dà a chi progetta giardini una regola sola: «Consult the genius of the place in all», consulta in ogni cosa il genio del luogo. È il luogo, scrive, a dire alle acque se salire o scendere. Chi disegna un giardino non impone un progetto al terreno: asseconda quello che il terreno suggerisce.
Nel Novecento la parola entra nel vocabolario degli architetti con il norvegese Christian Norberg-Schulz, che nel 1979 pubblica «Genius loci. Paesaggio, ambiente, architettura», studiando Praga, Khartum e Roma. Per lui il compito dell’architetto è riconoscere il genius loci e creare luoghi che abbiano un significato per chi li abita.
Cosa dice la tutela del patrimonio
Oggi il concetto ha anche una definizione ufficiale. Nel 2008 l’ICOMOS, il Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti, organismo consultivo dell’UNESCO per il patrimonio mondiale, ha adottato a Québec una dichiarazione dedicata proprio allo spirito del luogo. Lo definisce come l’insieme degli elementi materiali, cioè edifici, siti, paesaggi, percorsi e oggetti, e di quelli immateriali: memorie, racconti, documenti scritti, riti, feste, saperi tradizionali, valori, e perfino colori, odori e consistenze. Sono gli elementi, si legge, che danno a un luogo «significato, valore, emozione e mistero».
Di che cosa è fatto lo spirito di un luogo
Gli elementi elencati dalla Dichiarazione di Québec: i due insiemi, dice il testo, si costruiscono a vicenda
Fonte: ICOMOS, Dichiarazione di Québec sulla conservazione dello spirito del luogo, 4 ottobre 2008. Traduzione di Cronaca di Viterbo.
Due passaggi di quella dichiarazione aiutano a capire il resto. Il primo: materiale e immateriale non vanno separati, perché si costruiscono a vicenda. Una piazza non è solo le sue pietre, ma nemmeno solo le storie che ci si raccontano. Il secondo: lo spirito di un luogo lo fanno in tanti, chi lo progetta, chi lo amministra e chi lo vive ogni giorno.
Il genius loci di Viterbo
A Viterbo il genius loci non è un’astrazione. È il peperino, la pietra grigia con cui è costruita la città vecchia. Sono i profferli, le scale esterne delle case medievali, e le case-torri di San Pellegrino. Sono le fontane a fuso, le logge, i chiostri, le botteghe nei vicoli.

Ed è anche immateriale. Ogni 3 settembre la Macchina di Santa Rosa attraversa la città sulle spalle dei facchini: dal 2013 è patrimonio culturale immateriale dell’umanità per l’UNESCO, insieme alle grandi macchine a spalla di Nola, Palmi e Sassari. È l’esempio più chiaro di come una festa possa far parte dello spirito di un luogo: nasce lì, racconta la sua storia e non potrebbe essere portata altrove.
Una misura, non un divieto
Il genius loci non chiede di mettere un luogo sotto una campana di vetro. La stessa dichiarazione di Québec mette le feste e i riti tra gli elementi che danno spirito a un posto, e una città che non cambia mai finisce per svuotarsi. Il concetto serve piuttosto come misura. Davanti a un progetto, a un restauro, a un arredo urbano o a un allestimento, la domanda da farsi è una: questo intervento nasce dal luogo e lo racconta, oppure lo usa come sfondo per una storia che con quel luogo non ha niente a che fare?
È la stessa domanda che Pope faceva a chi progettava giardini, quasi tre secoli fa: prima di decidere che cosa fare di un luogo, ascoltarlo.
Che cosa vuol dire tutto questo per un quartiere preciso? Gianluca Bono, per il Comitato di San Pellegrino, lo ha applicato al borgo medievale: San Pellegrino e il genius loci.
Fonti: Servio, commento all’Eneide, libro V, verso 95; Alexander Pope, «Epistle to Burlington» (1731), verso 57; Christian Norberg-Schulz, «Genius loci» (Electa, 1979); ICOMOS, Dichiarazione di Québec sulla conservazione dello spirito del luogo (4 ottobre 2008); UNESCO, Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale (2013). Foto d’apertura: Cronaca di Viterbo.





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