Opinione — un contributo a firma “L’Osservatore”.
La forma degli spazi pubblici, in rapporto alla loro funzione originaria, è cambiata profondamente nel tempo. Non è un fenomeno che riguarda solo Viterbo, ma qui si può leggere con particolare chiarezza, piazza per piazza.
Un vuoto che si riempie
Piazza San Lorenzo è diventata uno spazio musicale, dove si occupa il centro — un vuoto che era significativo proprio per le sue caratteristiche tipologiche, si potrebbe dire linguistiche, e che oggi fatica a restare tale. Il parco urbano di Valle Faul si è trasformato in un parcheggio. Anche piazza del Teatro ha il centro occupato dalle automobili. Il quartiere di San Pellegrino ha perso la sua funzione originaria, e prevale ora una funzione pseudo-ludica. Piazza della Rocca ha perso a sua volta il proprio carattere di vuoto urbano. Persino piazza del Gesù è oggi un vuoto invaso di tavolini.
La città come scenografia
Il sociologo Marco D’Eramo ha osservato come la città antica, in questa trasformazione, finisca per mettere in scena qualcosa di diverso da sé — una realtà distorta di decadenza culturale, in cui abitare poeticamente non è più l’obiettivo principale. Forma e funzione smettono di avere un nesso logico, se non quello legato al plusvalore economico della scenografia del contenitore, più che al senso del contenuto.
Ricomporre spazio e significato
Per riunire lo spazio-forma con il significato-funzione serve un progetto culturale molto più ampio di una visione da luna park o da centro commerciale, dove la piazza si trasforma troppo spesso nel palco di un concertino permanente.
Serve una presa di coscienza profonda della città come un unicum da pianificare, e del valore di queste pietre in relazione a quello che si potrebbe chiamare il linguaggio del pentagramma urbano — dove i vuoti sono pause significanti, legate allo spazio e al tempo, non semplicemente spazi da riempire.
Le opinioni espresse in questo contributo sono dell’autore, pubblicato con pseudonimo su sua richiesta, e non impegnano la redazione. Leggi tutti gli editoriali dell’Osservatore.





Lascia un commento