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Il significato antico della parola «macchina», dalle scene del teatro alla Macchina di Santa Rosa

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Base illuminata di una storica Macchina di Santa Rosa, con due figure di angeli, esposta in un museo

Opinione — un contributo di Barbara Cangini.

Per noi oggi una macchina è qualcosa che si muove, produce energia, compie un lavoro. Pensiamo a un’automobile, a un motore, a un computer.

E allora perché chiamiamo Macchina una costruzione alta circa trenta metri, che non ha un motore, non ha ruote e, se ne sta immobile, è soltanto una gigantesca struttura di legno, materiali compositi e decorazioni?

La domanda sembra banale. In realtà porta molto lontano, perché la parola macchina ha una storia molto più antica dell’automobile e, soprattutto, un significato molto più ampio.

Prima ancora che esistessero i motori

Macchina deriva dal latino machina, a sua volta dal greco machanḗ o mēchanḗ: un termine legato all’idea di strumento, congegno, espediente, artificio.

La macchina, dunque, non era necessariamente qualcosa che produceva movimento. Era soprattutto qualcosa che serviva a ottenere un risultato attraverso un artificio.

Un’idea che il teatro antico aveva capito benissimo.

Nella tragedia greca esisteva la mēchanḗ, un dispositivo scenico che permetteva, per esempio, di far apparire una divinità dall’alto. Da qui nasce il celebre deus ex machina: letteralmente, il dio che arriva “dalla macchina”. La divinità veniva calata sulla scena attraverso un meccanismo e il suo intervento risolveva una situazione che i protagonisti umani non erano riusciti a sciogliere.

La macchina, quindi, faceva accadere qualcosa di straordinario.

Ed è questo il primo significato che ci interessa.

Quando l’ingegno diventa spettacolo

Molti secoli dopo, nel Rinascimento, l’idea dell’artificio spettacolare torna a svilupparsi con forza.

A Firenze, per esempio, le sacre rappresentazioni utilizzavano quelli che venivano chiamati “ingegni”: apparati tecnici e meccanismi capaci di produrre effetti sorprendenti, come apparizioni dall’alto e discese di figure sacre. La tradizione degli “ingegni” fiorentini è documentata già nel Quattrocento e viene collegata, nella tradizione, a Filippo Brunelleschi e al Cecca.

La parola “ingegno” è interessante quasi quanto “macchina”. Perché indica contemporaneamente l’apparato tecnico e l’intelligenza necessaria per inventarlo.

L’uomo immagina qualcosa che non esiste, lo progetta, lo costruisce e poi lo fa apparire davanti agli occhi degli altri.

È già spettacolo.

Nel Seicento questa cultura dell’artificio raggiunge una straordinaria complessità. Il trattato di Nicola Sabbatini, Pratica di fabricar scene e machine ne’ teatri, pubblicato nel 1637, è una testimonianza concreta di quanto la progettazione delle macchine sceniche fosse diventata una vera disciplina.

Le macchine teatrali potevano far salire e scendere attori, simulare voli, tempeste, naufragi, incendi, crolli e altri effetti scenici. Nel teatro barocco la scenotecnica arrivò a costruire vere e proprie illusioni spettacolari.

Ma a un certo punto accade qualcosa di interessante: la macchina esce dal teatro.

La chiesa diventa un teatro della meraviglia

Tra Cinquecento e Seicento la cultura dell’apparato spettacolare si sviluppa anche nelle celebrazioni religiose.

Nelle chiese vengono costruite strutture temporanee, scenografie, apparati luminosi e architetture destinate a esistere per pochi giorni. Le celebrazioni delle Quarantore ne sono uno degli esempi più spettacolari.

Andrea Pozzo, pittore, architetto e maestro dell’illusione prospettica, progettò apparati per le Quarantore costituiti da diversi piani sovrapposti e scenografie capaci di modificare visivamente l’architettura reale della chiesa. Gli studiosi li definiscono vere e proprie “macchine teatrali”.

E non si trattava soltanto di illusioni prospettiche.

Le grandi macchine scenografiche delle Quarantore nel Bergamasco potevano essere illuminate da centinaia, persino migliaia di candele. Erano temporanee, monumentali e progettate per suscitare stupore e coinvolgimento emotivo nei fedeli. Non tutte, però, sono andate perdute: una di queste “macchine delle Quarantore”, in legno di faggio e larice intagliato e dorato, è conservata nella Pinacoteca dei Musei Vaticani ed è tornata visibile al pubblico nel 2024 dopo un restauro, con l’esposizione “Un’infinità di lumi”. Simboleggiava il sepolcro di Cristo: le candele accese sull’apparato segnavano, ora dopo ora, le quaranta ore tra la morte e la Resurrezione.

Dalla chiesa alla strada: le macchine a spalla

Con il tempo, la stessa cultura dell’artificio monumentale ed effimero esce anche dalla chiesa e scende in strada, dentro le feste religiose delle città. Non più un apparato fisso da guardare, ma una struttura da portare in processione, attraverso la folla.

È da questa tradizione che discendono le grandi macchine a spalla italiane: quella di Santa Rosa a Viterbo, quella di Sant’Agata a Catania, quella dei Gigli a Nola, il Candeliere di Sassari. Costruzioni diverse per forma e storia, ma accomunate dalla stessa idea di fondo — un artificio imponente, portato dalla forza delle braccia, capace di produrre stupore nella comunità che lo guarda passare. Dal 2013 sono riconosciute insieme dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, nella Rete delle Grandi Macchine a Spalla.

La Macchina di Santa Rosa, erede di questa storia

Torniamo alla domanda di partenza: perché chiamiamo Macchina una struttura di trenta metri, senza motore né ruote?

Perché “macchina”, nel senso più antico e più vero della parola, non ha mai significato “motore”. Ha significato ingegno messo al servizio della meraviglia: qualcosa che l’uomo progetta e costruisce per far accadere, davanti agli occhi di tutti, qualcosa di straordinario. Esattamente come la mēchanḗ del teatro greco faceva scendere un dio sulla scena, o come le macchine delle Quarantore trasformavano una chiesa in un teatro di luce.

Nella Macchina di Santa Rosa non c’è un dio calato dall’alto, ma c’è comunque qualcosa che deve apparire, muoversi, attraversare la città e lasciare stupore al suo passaggio. Solo che qui, al posto di argani nascosti o contrappesi, ci sono le spalle di cento Facchini: è la forza umana, e non un meccanismo, a far muovere questo particolare artificio.

In questo senso, la Macchina di Santa Rosa non tradisce affatto il significato originario della parola. Lo porta, semmai, alle sue estreme conseguenze: è forse una delle macchine più letterali che esistano, proprio perché a farla vivere non è un motore, ma l’ingegno e la fatica di chi la costruisce e di chi la trasporta.

Fonti: trattato di Nicola Sabbatini (1637); documentazione sugli apparati delle Quarantore e sulla macchina restaurata nel 2024 ai Musei Vaticani; Rete delle Grandi Macchine a Spalla, patrimonio Unesco dal 2013.

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