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Viterbesi chiusi e romani “forestieri”: ma se fossero proprio loro a portare capitali e futuro?

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Un cortile con pergolato, vasi e tavolo nel quartiere San Pellegrino a Viterbo

La fama di città diffidente verso chi viene da fuori accompagna Viterbo da tempo, ma le recensioni online restituiscono un quadro meno uniforme. Tra mura medievali, collegamenti difficili e antiche rivalità, il rischio è trasformare la riservatezza in un freno allo sviluppo. Eppure Roma rappresenta il mercato turistico e finanziario più vicino

VITERBO – Si racconta che, per essere considerati davvero viterbesi, non basti essere nati a Viterbo. Occorrerebbe dimostrare che anche genitori, nonni, bisnonni e possibilmente il gatto di famiglia siano cresciuti entro la cinta muraria.

Naturalmente è una caricatura. Come tutte le caricature, però, parte da qualcosa di riconoscibile: la reputazione di una città riservata, prudente verso le novità e non sempre immediatamente espansiva con chi arriva da fuori. Romano compreso, anzi: romano soprattutto.

Il visitatore proveniente dalla Capitale viene talvolta guardato con la stessa cautela riservata a un venditore porta a porta. È rumoroso? Vuole comprare casa? Parcheggerà male? Ordinerà una carbonara fuori menù? Dietro queste domande semiserie se ne nasconde una molto più concreta: può una città che vuole vivere di turismo, terme, cultura, università e investimenti permettersi di trattare ogni nuovo arrivato come se dovesse prima superare un esame di viterbesità?

La risposta economica è semplice: difficilmente.

Le mura hanno protetto la città, ma forse anche il carattere

Non esiste uno studio scientifico capace di dimostrare che i viterbesi siano geneticamente più chiusi degli abitanti di Orvieto, Terni o Civitavecchia. Sarebbe inoltre scorretto ricavare il carattere di oltre sessantamila persone da qualche battuta al bar o da una recensione arrabbiata.

Esistono però ragioni storiche e geografiche che possono aver favorito una forte identità interna.

La Viterbo medievale nacque e crebbe come città fortificata, in una posizione strategica lungo la Cassia, collegamento fondamentale tra Roma e l’Italia centrale. Nel Duecento era abbastanza importante da entrare nelle contese tra Papato e Impero e abbastanza forte da sostenere l’assalto di Federico II. Le famiglie dei Gatti e dei Tignosi si affrontavano rispettivamente sul fronte guelfo e ghibellino, mentre papi, cardinali, soldati e funzionari arrivavano continuamente da fuori per governare, negoziare o combattere.

La città accoglieva lo straniero, dunque, ma spesso aveva ottime ragioni per controllare che cosa portasse sotto il mantello. Treccani ricorda il ruolo strategico di Viterbo lungo la Cassia e la sua centralità politica nel XIII secolo.

La stessa epoca papale offre l’aneddoto più viterbese possibile sull’accoglienza. Tra il 1268 e il 1271 i cardinali riuniti per eleggere il successore di Clemente IV impiegarono quasi tre anni per trovare un accordo. I cittadini, stanchi di aspettare, li rinchiusero nel palazzo e arrivarono a scoperchiarne una parte del tetto. In sostanza, Viterbo inventò il conclave applicando un principio ancora oggi molto comprensibile: “Siete nostri ospiti, ma adesso decidetevi”.

Non proprio una colazione di benvenuto, ma certamente un metodo efficace. Ne uscì eletto Gregorio X.

Quella Viterbo non era tuttavia una città isolata. Al contrario, ospitava una corte internazionale e si trovava lungo una delle grandi direttrici europee di viaggio e pellegrinaggio. La sua identità si formò quindi attraverso una contraddizione ancora attuale: orgogliosamente locale, ma importante proprio perché attraversata dagli altri.

Dal “forestiero” al romano della domenica

Nei secoli successivi il ruolo politico della città diminuì. Viterbo rimase un centro amministrativo, agricolo e religioso, inserito nello Stato pontificio ma lontano dai maggiori assi industriali moderni.

Il rapporto con Roma assunse così una forma ambivalente. La Capitale era il grande centro da cui dipendevano istituzioni, lavoro e servizi, ma rappresentava anche un vicino ingombrante, capace di attrarre giovani, competenze e risorse.

Da qui nasce una rivalità che ha molti elementi teatrali. Il romano viene descritto come invadente, frettoloso e convinto che tutto ciò che si trova entro cento chilometri dal Grande raccordo anulare sia una sua dependance. Il viterbese, dall’altra parte, appare al romano come qualcuno che custodisce un palazzo medievale magnifico ma evita accuratamente di mettere un cartello per indicarne l’ingresso.

Sono stereotipi, non fotografie della realtà. Possono far sorridere finché non diventano comportamenti economici: diffidenza verso chi apre un’attività, ostilità verso chi acquista e recupera un immobile, servizi turistici organizzati pensando soltanto a chi già conosce la città.

L’autostrada “rifiutata”: una storia da maneggiare con cautela

A Viterbo circola da decenni una leggenda: quando si progettava l’Autostrada del Sole, alcuni gruppi locali influenti avrebbero preferito tenerla lontana dalla città per conservare equilibri economici e proprietà consolidate.

La storia è suggestiva e si accorda perfettamente con il racconto della città che chiude le porte al progresso. Ma non emergono documenti solidi che consentano di attribuire l’esclusione di Viterbo a una pressione decisiva delle “ricche famiglie” locali.

Una variante senese-viterbese dell’A1 fu realmente presa in considerazione. Venne però scartata, insieme ad altre ipotesi, principalmente perché giudicata troppo onerosa. Nel 1961 l’Anas preferì il cosiddetto tracciato delle valli, poi favorito anche dal peso politico esercitato in favore del passaggio nell’area aretina. Non è quindi corretto trasformare un sospetto locale in un fatto storico accertato.

Il risultato, comunque, resta davanti agli occhi: Viterbo non è servita direttamente da un’autostrada e continua ad attendere il completamento della trasversale Orte-Civitavecchia, un’opera la cui vicenda potrebbe ormai essere utilizzata per misurare le ere geologiche.

Anche i collegamenti ferroviari con Roma raccontano una distanza maggiore di quella indicata sulla carta geografica. La Roma-Civita Castellana-Viterbo, inaugurata nel 1932, è ancora interessata da lavori e limitazioni; la Regione Lazio ha annunciato nel 2025 oltre 180 milioni di euro per il raddoppio della tratta Montebello-Morlupo. Per la FL3 sono stati inoltre previsti 8 milioni tra il 2027 e il 2028, destinati ad aumentare capacità e velocità nel tratto Bracciano-Viterbo. Regione Lazio

Insomma, Roma dista poco più di ottanta chilometri. In treno, in certe giornate, può sembrare necessario portare viveri e testamento.

Sgarbati o semplicemente viterbesi?

Nelle recensioni online qualche critica all’accoglienza cittadina si trova. C’è chi descrive Viterbo come una città chiusa, poco organizzata per il turismo e non sempre generosa di informazioni. Può capitare di trovare un museo chiuso, un’indicazione poco chiara o una risposta pronunciata con quella particolare sintesi viterbese che, altrove, richiederebbe almeno un sorriso di accompagnamento.

Il quadro, però, non è così uniforme. Molti visitatori raccontano di persone disponibili, gestori premurosi e residenti pronti ad aiutare. Le principali attrazioni cittadine ottengono giudizi molto positivi: su Tripadvisor il quartiere San Pellegrino ha una valutazione di 4,7 su 5, il Palazzo dei Papi di 4,3 e Villa Lante di 4,2. Anche numerose strutture ricettive raggiungono punteggi superiori a 9 su Booking, spesso proprio grazie all’accoglienza dei proprietari. Tripadvisor, Booking.com

Le recensioni non sono un referendum sul carattere cittadino: chi trascorre un fine settimana perfetto e chi litiga per il parcheggio possono tornare a casa con due idee opposte della stessa città. Più che di maleducazione generalizzata, si potrebbe parlare di una certa riservatezza. Il viterbese non sempre ti accoglie a braccia aperte, ma nemmeno ti manda via. Prima ti osserva, poi valuta e infine, se tutto procede bene, dopo qualche anno potrebbe persino salutarti per primo.

Per una città turistica, tuttavia, il tempo della conoscenza non può essere quello necessario per ottenere la cittadinanza onoraria. Chi arriva per un giorno deve sentirsi benvenuto subito, possibilmente prima che riparta.

Aprire le porte conviene

I visitatori, intanto, stanno aumentando. Nel 2025 Viterbo ha registrato 184.200 arrivi e 280.562 presenze, entrambi in crescita rispetto all’anno precedente. Anche il circuito museale Mu.Vi. ha sfiorato i 51mila ingressi, con un aumento del 21%. Comune di Viterbo

Sono numeri incoraggianti, anche se molti turisti si fermano poco. Arrivano, fotografano San Pellegrino, visitano il Palazzo dei Papi, mangiano qualcosa e la sera ripartono. La vera sfida è convincerli a rimanere una notte in più, tornare in un’altra stagione o magari interessarsi a una casa, a un’attività o a un progetto imprenditoriale.

In questo senso Roma è il vicino più ingombrante, ma anche il cliente più comodo. Dalla Capitale possono arrivare famiglie in cerca di una gita, professionisti che lavorano a distanza, persone interessate a trasferirsi, imprenditori e acquirenti disposti a recuperare immobili oggi vuoti. Un’analisi sui flussi turistici della Tuscia indicava proprio il Lazio come principale regione italiana di provenienza dei visitatori. Green Weekend

Il romano, insomma, non è soltanto quello che arriva la domenica, parcheggia dove non dovrebbe e chiede dove mangiare “una cosa tipica, ma veloce”. Potrebbe anche essere quello che riapre un locale, restaura un palazzo, assume personale o porta nuovi clienti alle aziende del territorio. Magari continuerà a parlare a voce alta, ma il bonifico dovrebbe arrivare silenziosamente.

Accogliere senza vendersi l’anima

Aprirsi non significa trasformare il centro storico in un grande residence per turisti o vendere ogni palazzo al primo investitore munito di SUV. Se non governati, gli acquisti esterni possono far salire i prezzi delle case, moltiplicare gli affitti brevi e ridurre ulteriormente il numero dei residenti.

Servono quindi regole, ma anche un atteggiamento meno sospettoso verso chi porta un’idea nuova. Chi vuole recuperare un edificio abbandonato o aprire un’attività dovrebbe trovare informazioni chiare e procedure comprensibili, senza essere costretto a dimostrare che un lontano antenato abbia partecipato almeno una volta al Trasporto di Santa Rosa.

Anche l’accoglienza turistica potrebbe migliorare con interventi molto semplici: indicazioni più chiare, musei con orari coordinati, collegamenti serali, bagni pubblici, parcheggi di scambio e qualche proposta pensata per chi arriva da Roma. Per esempio, un fine settimana che unisca treno, terme, visita del centro storico e cena potrebbe essere più efficace di cento manifesti con la scritta “Viterbo città da scoprire”. Soprattutto se, una volta scoperta, la città non costringe il turista a cercare per mezz’ora un bagno aperto.

Sarebbe utile anche ascoltare regolarmente chi viene da fuori, magari con un breve questionario negli alberghi, nei musei e negli uffici turistici. Non servono grandi congressi sull’ospitalità: bastano poche domande per capire se il visitatore abbia trovato facilmente ciò che cercava e se qualcuno gli abbia risposto senza farlo sentire colpevole di aver chiesto.

Il viterbese non deve diventare improvvisamente espansivo, abbracciare ogni turista o raccontargli l’albero genealogico davanti a un caffè. La riservatezza fa parte del carattere locale e può essere persino un pregio. L’importante è che non diventi indifferenza e che la difesa dell’identità non si trasformi nella paura di qualunque cambiamento.

Le mura medievali sono splendide perché sono rimaste in piedi. Le porte, però, furono costruite per essere aperte. Viterbo può conservare il proprio carattere senza tenere a distanza proprio coloro che potrebbero contribuire a far vivere i suoi palazzi, i negozi, le terme e le imprese.

E se qualche capitale dovesse arrivare da Roma, si potrebbe persino accettarlo. Dopo aver spiegato al proprietario, con calma, dove può parcheggiare.

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