La violenza di genere non comincia necessariamente con un gesto eclatante. Può iniziare molto prima, dentro comportamenti che vengono scambiati per gelosia, premura, carattere difficile o conflitti di coppia. Controllare il telefono, decidere con chi l’altra persona possa uscire, svalutarla, limitarne l’autonomia economica, pretendere di conoscere ogni suo spostamento: presi singolarmente possono sembrare episodi diversi. Quando però diventano sistematici e hanno la funzione di limitare la libertà dell’altra persona, possono essere parte di una dinamica di controllo.
Parlare di violenza significa quindi andare oltre l’immagine dell’aggressione fisica. La violenza può essere psicologica, fisica, sessuale, economica e persecutoria. E spesso le diverse forme si sovrappongono.
Non esiste un «profilo» dell’uomo violento
È importante evitare una semplificazione frequente: l’uomo che agisce violenza non corrisponde necessariamente a una determinata diagnosi psichiatrica, né è possibile riconoscerlo dall’aspetto, dal lavoro, dal livello di istruzione o dal ceto sociale.
Le ricerche individuano piuttosto alcuni fattori associati a una maggiore probabilità di comportamenti violenti: atteggiamenti che giustificano la violenza, bisogno di dominio e controllo, forte possessività, difficoltà nella gestione della rabbia e dei conflitti, comportamenti impulsivi, uso problematico di alcol o sostanze, precedenti comportamenti aggressivi e, in alcuni casi, esperienze di maltrattamento o di violenza assistita durante l’infanzia. Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, permette però di prevedere che una persona diventerà violenta.
Un elemento particolarmente importante è il controllo. La violenza nella coppia non è sempre una perdita improvvisa di controllo: in molte situazioni è, al contrario, un comportamento attraverso il quale una persona cerca di acquisire o mantenere potere sull’altra. Gelosia, possessività e stalking possono diventare strumenti di controllo e, in alcune relazioni, accompagnarsi a una progressiva riduzione dell’autonomia della partner.
Questo aiuta anche a comprendere perché parlare genericamente di «raptus» possa essere fuorviante. Un episodio di aggressività può essere improvviso, ma la relazione violenta può essere caratterizzata da una sequenza di comportamenti che si sviluppano nel tempo.
I numeri raccontano un fenomeno più ampio dell’emergenza criminale
I dati Istat più recenti aiutano a capire quanto sia diffuso il fenomeno in Italia. Secondo l’indagine La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, i cui primi risultati sono stati pubblicati il 21 novembre 2025, circa 6,4 milioni di donne tra i 16 e i 75 anni — il 31,9% — hanno raccontato di aver subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. In pratica, quasi una donna su tre. Il 18,8% ha subito violenza fisica, il 23,4% violenza sessuale. Il 5,7% ha inoltre riferito di essere stata vittima di uno stupro o di un tentato stupro.
Lo stalking rappresenta un’altra componente importante: il 14,7% delle donne ha dichiarato di aver subito atti persecutori da un ex partner, il 9% da altri autori.
Anche i dati del numero antiviolenza e antistalking 1522 mostrano una realtà prevalentemente domestica e reiterata. Nel 2025 le vittime che si sono rivolte al servizio sono state 25.970. La violenza psicologica è risultata la forma indicata più frequentemente, seguita da quella fisica e dalle minacce. Tra le vittime, il 36,5% ha riferito episodi che si ripetono da anni e il 19,6% da mesi, mentre solo il 6% ha indicato episodi recenti. La casa della vittima è risultata il luogo più frequentemente indicato.
Sono numeri che invitano a una considerazione importante: la violenza non coincide soltanto con i casi che arrivano sulle pagine di cronaca. Esiste una parte sommersa molto più ampia.
La situazione nella Tuscia
Anche il territorio viterbese restituisce un quadro che merita attenzione, senza però ricorrere a rappresentazioni allarmistiche.
Nel 2024, secondo i dati della Polizia di Stato relativi alla provincia di Viterbo, nei primi sei mesi dell’anno erano stati registrati 159 reati riconducibili alla violenza di genere, l’87% dei quali con vittime di sesso femminile. Nello stesso periodo erano stati emessi 55 ammonimenti per violenza domestica, contro gli 11 dell’intero 2023. Sull’anno pieno gli ammonimenti del questore sono stati 61 per violenza domestica e 9 per atti persecutori, con un aumento del 94%, mentre gli allontanamenti dalla casa familiare sono più che triplicati.
Nel 2025 l’attenzione delle istituzioni è rimasta elevata. Nei primi undici mesi dell’anno la Prefettura di Viterbo ha registrato 211 segnalazioni per reati di genere. Sul fronte dell’accoglienza, il Centro antiviolenza Penelope ha preso in carico 32 donne, e le rilevazioni del centro hanno evidenziato una domanda di aiuto significativa e una forte pressione sui servizi.
Tra settembre e ottobre, inoltre, la Questura ha comunicato l’esecuzione di sette misure cautelari per violenza domestica e di genere: allontanamenti dalla casa familiare, divieti di avvicinamento con braccialetto elettronico e arresti domiciliari.
I dati locali non autorizzano a parlare di una situazione eccezionale rispetto al resto del Paese, ma confermano che anche nella Tuscia la violenza di genere è un fenomeno concreto e strutturale, sul quale è necessario continuare a investire in prevenzione, protezione e trattamento.
Non solo proteggere le vittime: lavorare anche con gli autori
Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che la protezione delle vittime deve essere accompagnata da interventi rivolti agli uomini che agiscono violenza.
Non si tratta di sostituire la responsabilità penale con una generica «terapia», né di giustificare chi ha commesso violenza. L’obiettivo dei percorsi per gli autori è intervenire sui comportamenti, favorire l’assunzione di responsabilità, riconoscere le dinamiche di controllo e sviluppare modalità non violente di gestione dei conflitti. La sicurezza della vittima rimane prioritaria.
La Regione Lazio ha istituito nel 2026 l’elenco regionale dei CUAV, i Centri per uomini autori di violenza o potenziali autori di violenza. I percorsi prevedono un approccio multidisciplinare, la valutazione del rischio, la responsabilizzazione dell’autore e il lavoro di rete, escludendo la mediazione familiare.
A Viterbo esiste già una realtà inserita negli elenchi ministeriali come CUAV: il Centro per gli Studi Criminologici, il cui percorso è stato iscritto con provvedimento del 21 aprile 2026. Il centro svolge le attività nella sede di piazza San Francesco e dichiara una collaborazione con la Questura di Viterbo nell’ambito del Protocollo Zeus. Possono essere coinvolte persone inviate dall’autorità giudiziaria o dagli Uffici di esecuzione penale esterna e, nei casi previsti, soggetti sottoposti alle disposizioni dell’articolo 165 del Codice penale.
Il programma indicato dal centro ha una durata complessiva di nove mesi e comprende attività giuridiche, criminologiche e sociali, colloqui individuali, gruppi psicoterapeutici, valutazioni cliniche e attività esperienziali. L’obiettivo dichiarato è ridurre il rischio di reiterazione attraverso responsabilizzazione e cambiamento dei comportamenti.
Sempre nel 2026 la Regione Lazio ha destinato risorse specifiche al potenziamento dei CUAV: su circa 1,3 milioni di euro complessivi, per la provincia di Viterbo è previsto uno stanziamento di 186 mila euro, con procedure rivolte agli enti che intendono gestire questi percorsi.
Non si tratta, dunque, di un settore completamente nuovo per il territorio. Già nel 2024 la Questura di Viterbo riferiva che le persone raggiunte da ammonimento per condotte di violenza domestica venivano indirizzate gratuitamente a percorsi di recupero.
I segnali da non normalizzare
Riconoscere precocemente alcuni comportamenti non significa trasformare ogni litigio di coppia in un caso di violenza. Significa imparare a distinguere un conflitto, nel quale entrambi mantengono libertà e possibilità di confronto, da una relazione nella quale una persona progressivamente limita quella dell’altra.
Alcuni segnali meritano particolare attenzione:
- controllo insistente del telefono, dei messaggi, dei social network o degli spostamenti;
- gelosia presentata come prova d’amore e progressivamente trasformata in controllo;
- isolamento da amici, familiari o colleghi;
- svalutazione continua, umiliazioni e insulti;
- controllo del denaro o delle decisioni economiche;
- minacce, anche indirette;
- intimidazioni e distruzione di oggetti;
- imposizione di rapporti o comportamenti sessuali;
- pedinamenti e contatti insistenti dopo una separazione;
- minacce rivolte ai figli, agli animali domestici o alle persone care;
- aumento della frequenza o della gravità degli episodi.
Nessuno di questi comportamenti, preso singolarmente e fuori dal contesto, consente di formulare una diagnosi o di prevedere automaticamente un’aggressione. Ma quando si inseriscono in un modello ripetuto di controllo e intimidazione, non dovrebbero essere minimizzati.
Un altro elemento da osservare è ciò che accade quando la persona cerca di ristabilire i propri confini. Un «no» rispettato è parte di una relazione sana. Un «no» seguito da pressioni, minacce, ricatti o punizioni segnala invece una dinamica diversa.
Chiedere aiuto non significa aspettare che la situazione diventi grave
Uno degli ostacoli più difficili da superare è l’idea che sia necessario arrivare alla violenza fisica per poter chiedere aiuto. Non è così.
A Viterbo e provincia sono presenti diversi servizi antiviolenza. La rete regionale comprende il Centro antiviolenza Penelope a Viterbo, il Centro antiviolenza dell’Università degli Studi della Tuscia e il Centro Demetra.
Il numero nazionale 1522 è gratuito e attivo 24 ore su 24 per le vittime di violenza e stalking. In una situazione di pericolo immediato è necessario chiamare il 112.
La prevenzione passa anche da qui: imparare a riconoscere i comportamenti di controllo prima che diventino violenza conclamata, offrire alle vittime luoghi nei quali possano parlare senza essere giudicate e, contemporaneamente, chiedere agli autori di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
La violenza di genere non è inevitabile. Ma per contrastarla non basta intervenire quando il danno è già avvenuto. Occorre lavorare prima: sulla cultura delle relazioni, sulla capacità di riconoscere i segnali, sulla protezione delle vittime e sulla possibilità concreta che chi ha agito violenza possa modificare i propri comportamenti.
Con una condizione non negoziabile: la responsabilità resta di chi la violenza la agisce, e la sicurezza di chi la subisce viene prima di qualsiasi percorso rivolto all’autore.
Le fonti
- Istat, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia — primi risultati anno 2025, pubblicata il 21 novembre 2025.
- Istat, Il numero verde 1522: chi chiama, perché e cosa racconta. Anno 2025.
- Questura di Viterbo, «Questo non è amore 2024» e dati sulle misure di prevenzione adottate nel 2024.
- Prefettura — Ufficio territoriale del governo di Viterbo, rapporto sull’attività del 2025.
- Regione Lazio, rete regionale dei centri antiviolenza ed elenco regionale dei CUAV.
- Ministero della Giustizia, elenco dei centri per uomini autori di violenza.
- Centro per gli Studi Criminologici di Viterbo, percorso di recupero previsto dall’articolo 165 del Codice penale.





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