Opinione — un contributo di Luca Sarcone.
Basta alzare lo sguardo, mentre si cammina per il centro storico, per notarli: cavi che corrono a vista lungo le facciate, canaline di plastica bianca fissate direttamente sulla pietra, scatole di derivazione appese dove capita. Non serve cercarli, sono ovunque — e proprio per questo si finisce per non vederli più.
Il provvisorio che resta per sempre
Quello che colpisce di più non è tanto la presenza di un impianto a vista — succede in molte città, anche capaci di conservare centri storici di pregio — quanto la sensazione che si tratti quasi sempre di soluzioni pensate come temporanee e mai più riviste. Un cavo passato in fretta per un allaccio urgente, una canalina aggiunta per la fibra, un fissaggio provvisorio in attesa di un intervento “vero”: passano gli anni, i motivi originali si perdono, e quello che restava doveva essere provvisorio diventa parte del paesaggio.
Un problema piccolo che ne racconta uno grande
Preso singolarmente, un cavo a vista non è una notizia. Ma moltiplicato per ogni vicolo del quartiere medievale, diventa un indicatore di come viene curata la manutenzione ordinaria in un centro storico che vive anche di quello che i visitatori vedono camminando. Non è un problema di estetica astratta: è la differenza tra una città che si prende cura dei suoi dettagli con continuità e una che li rimanda, fino a quando il rimando stesso diventa lo stato normale delle cose.
Cosa servirebbe
Non serve immaginare interventi faraonici. Servirebbe una ricognizione di cosa c’è oggi sulle facciate del centro, distinguendo impianti pubblici, reti di operatori privati e allacci condominiali, e un criterio — anche minimo, anche graduale — per far sì che i lavori già programmati nel quartiere medievale includano il riordino di ciò che si vede sui muri, non solo ciò che sta sotto. È il tipo di intervento che nessuno nota quando viene fatto bene, ma che tutti notano quando manca.
Le opinioni espresse in questo contributo sono dell’autore e non impegnano la redazione.





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