Opinione — un contributo di Luca Sarcone.
Segnalazioni di odori intensi, descritti come simili a pesticidi, fertilizzanti o altre sostanze chimiche, stanno arrivando da diverse aree agricole della Tuscia. Una delle zone indicate è quella delle campagne vicine al lungolago di Bolsena, ma episodi analoghi vengono riferiti anche lungo la Tuscanese in direzione Civitavecchia e sulla strada tra Monte Romano e Viterbo.
Secondo le testimonianze raccolte, gli odori sarebbero avvertiti soprattutto tra le 19 e le 21. In alcuni casi risultano percepibili camminando lungo la strada della spiaggia; in altri entrano direttamente nelle automobili che percorrono le strade circondate dai campi coltivati.
Le segnalazioni non consentono, da sole, di identificare la sostanza dispersa nell’aria né di stabilire se siano state violate le norme. Un odore può provenire da un trattamento fitosanitario, dalla distribuzione di fertilizzanti, dallo spandimento di effluenti zootecnici o da altre attività agricole. Anche l’intensità percepita non corrisponde necessariamente alla tossicità.
La ripetitività degli episodi, tuttavia, pone una domanda legittima: quali prodotti vengono utilizzati in queste aree e con quali modalità? Le dosi, gli orari, le distanze di sicurezza e le condizioni meteorologiche previste dalle autorizzazioni vengono rispettate?
L’odore non basta: servono misurazioni
Nelle fonti pubbliche consultate non risultano campagne specifiche dedicate alla rilevazione in aria di pesticidi, ammoniaca e composti organici volatili nei punti indicati dai cittadini e nelle fasce orarie delle segnalazioni.
Esistono dati generali sulla qualità dell’aria e controlli sulle acque, ma questi non permettono di ricostruire l’esposizione della popolazione durante un singolo trattamento agricolo. Le normali centraline ambientali misurano soprattutto inquinanti come particolato, ossidi di azoto e ozono, mentre per riconoscere i principi attivi dei prodotti fitosanitari sono necessari campionamenti e analisi mirati.
Nemmeno l’assenza di un dato dimostra che non esista un problema. Dimostra, più semplicemente, che senza una misurazione effettuata nel luogo e nel momento giusto non è possibile formulare una conclusione scientifica.
Per questo sarebbe opportuno avviare un monitoraggio coordinato da ARPA Lazio, ASL di Viterbo, Regione, Provincia e Comuni interessati, coinvolgendo anche l’Università degli Studi della Tuscia e gli enti di ricerca competenti.
Una campagna efficace dovrebbe prevedere campionatori mobili collocati ai margini dei campi e nelle aree abitate, analisi dell’aria durante e dopo i trattamenti, rilevazione delle condizioni del vento e controlli su suolo, fossi, falde e acque superficiali. Sarebbe inoltre utile confrontare i risultati con i registri aziendali dei trattamenti, nei quali devono essere indicati prodotti, colture e date di utilizzo.
Quali regole devono essere rispettate
L’impiego professionale dei prodotti fitosanitari non è privo di regole. Gli operatori devono possedere l’abilitazione prevista, utilizzare esclusivamente prodotti autorizzati e attenersi alle prescrizioni riportate in etichetta.
Dose, coltura, numero massimo di applicazioni, tempo di carenza e fasce di rispetto non sono indicazioni facoltative. Devono inoltre essere adottate misure per limitare la deriva, cioè il trasporto delle gocce nebulizzate fuori dall’area trattata.
La presenza di vento può rendere inadeguato o vietato l’utilizzo di determinati prodotti. Particolare attenzione deve essere riservata alle abitazioni, alle strade, ai luoghi frequentati dalla popolazione e ai corpi idrici. Per fertilizzanti ed effluenti zootecnici esistono inoltre limiti quantitativi, periodi di divieto, obblighi di registrazione e regole specifiche nelle zone vulnerabili all’inquinamento da nitrati.
Non esiste quindi un unico “limite dell’odore” valido per ogni attività agricola. La regolarità di un trattamento si verifica conoscendo il prodotto impiegato, la quantità distribuita, le prescrizioni della relativa etichetta, le distanze osservate e le condizioni meteorologiche presenti in quel momento.
I rischi per l’aria e per la salute
I pesticidi sono progettati per agire su organismi viventi e possono avere profili tossicologici molto differenti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, i potenziali effetti sulla salute dipendono dalla sostanza, dalla dose, dalla durata e dalla modalità di esposizione.
L’esposizione può avvenire attraverso l’inalazione, il contatto con la pelle o, successivamente, tramite acqua e alimenti contaminati. Un episodio acuto può provocare, a seconda del composto, irritazione agli occhi e alle vie respiratorie, nausea, mal di testa, vertigini o difficoltà respiratorie. I possibili effetti cronici non possono invece essere dedotti da una singola percezione olfattiva e richiedono valutazioni epidemiologiche e tossicologiche molto più complesse.
Anche i fertilizzanti possono incidere sulla qualità dell’aria. Quelli azotati e gli effluenti zootecnici possono liberare ammoniaca, un gas dall’odore pungente che contribuisce alla formazione del particolato fine secondario. L’Agenzia europea dell’ambiente indica l’agricoltura come principale fonte europea delle emissioni di ammoniaca.
È importante, però, non confondere le sostanze. Pesticidi e fertilizzanti hanno funzioni, composizioni e conseguenze diverse. Per stabilire cosa sia stato avvertito nelle campagne della Tuscia servono analisi, non supposizioni.
Dal terreno alle falde e al lago di Bolsena
Quando un prodotto distribuito sui campi non viene assorbito dalle colture, una parte può rimanere nel suolo, essere trasportata dal vento o raggiungere fossi, falde e laghi attraverso il dilavamento causato dalle piogge.
Azoto e fosforo sono nutrienti indispensabili all’agricoltura, ma un loro eccesso nelle acque può favorire l’eutrofizzazione: aumentano le alghe e la materia organica, mentre negli strati profondi diminuisce l’ossigeno disponibile per pesci e altri organismi.
Il lago di Bolsena è particolarmente vulnerabile perché possiede un tempo di ricambio delle acque molto lungo. Le sostanze che vi entrano possono quindi permanere nel bacino per anni. Alla pressione agricola si aggiungono gli scarichi fognari, le alterazioni della vegetazione ripariale e gli effetti del cambiamento climatico.
Il rapporto sul livello trofico pubblicato dall’Associazione Lago di Bolsena nella primavera 2025 mostra una situazione che richiede attenzione. Per il 2024 la concentrazione media di ossigeno negli strati profondi è scesa al 36,7% della saturazione, mentre il fosforo totale è stato misurato a 16,5 microgrammi per litro. Nel periodo di massimo rimescolamento del 2025 l’associazione ha rilevato 22,6 microgrammi per litro di fosforo totale.
Secondo la stessa relazione, i parametri fisico-chimici portano a una classificazione “sufficiente”. I dati ufficiali ARPA relativi al triennio 2021-2023 indicavano invece uno stato ecologico “buono”, mentre nel 2024 ARPA avrebbe misurato un valore di fosforo totale pari a 25,2 microgrammi per litro. La differenza tra i monitoraggi rende ancora più utile un confronto pubblico tra enti e laboratori.
Sul fronte microbiologico, la Goletta dei Laghi 2026 ha analizzato sei punti del lago di Bolsena. Cinque sono risultati entro i limiti, mentre la foce del fosso lungo viale Luigi Cadorna è stata classificata come “inquinata”, in miglioramento rispetto al 2025, quando era risultata “fortemente inquinata”.
Questi controlli riguardavano Escherichia coli ed enterococchi intestinali. Non misuravano pesticidi, fertilizzanti o qualità dell’aria e non possono quindi confermare né escludere le criticità segnalate nelle campagne.
Una richiesta alle istituzioni e all’Università della Tuscia
Non si tratta di accusare indiscriminatamente il settore agricolo, che costituisce una parte fondamentale dell’economia della provincia. Molte aziende adottano tecniche di agricoltura biologica o integrata, riducono i prodotti di sintesi e utilizzano attrezzature antideriva.
Proprio per tutelare gli agricoltori corretti, oltre alla salute dei residenti e dei visitatori, servono controlli capaci di distinguere le pratiche regolari dagli eventuali abusi.
L’Università della Tuscia potrebbe contribuire con un progetto indipendente che misuri la presenza di pesticidi nell’aria, nel suolo e nelle acque delle principali aree agricole della provincia. I risultati dovrebbero essere pubblici, facilmente comprensibili e accompagnati dall’indicazione delle sostanze ricercate e dei relativi limiti.
Come effettuare una segnalazione utile
Anche i cittadini possono contribuire, evitando però accuse nei confronti di singole aziende in assenza di prove. Una segnalazione dovrebbe indicare:
- luogo preciso o coordinate;
- giorno e fascia oraria;
- durata e tipo di odore percepito;
- eventuale presenza di mezzi agricoli in attività;
- direzione approssimativa del vento;
- sintomi avvertiti;
- fotografie o video realizzati esclusivamente da luoghi pubblici.
Le informazioni possono essere trasmesse al Comune e alla Polizia locale, ad ARPA Lazio, alla ASL di Viterbo e ai Carabinieri forestali. Se l’odore è molto intenso o si manifestano malesseri, difficoltà respiratorie o irritazioni importanti, è necessario allontanarsi dalla zona e rivolgersi ai servizi sanitari.
Ai lettori chiediamo di prestare attenzione al territorio e di inviare segnalazioni circostanziate alle autorità competenti, oltre che alla redazione. Una mappa degli episodi, costruita con date e orari precisi, potrebbe permettere agli enti di programmare i campionamenti nei momenti in cui il fenomeno si verifica.
Gli odori avvertiti non sono ancora una prova di inquinamento. Ma ignorarli senza effettuare controlli non sarebbe una risposta sufficiente. Tra allarmismo e silenzio esiste una strada più seria: misurare, pubblicare i dati e verificare che le regole siano rispettate.
Fonti principali: monitoraggio del livello trofico del lago di Bolsena, risultati di Goletta dei Laghi 2026, Piano regionale contro l’inquinamento da nitrati agricoli, OMS sui potenziali effetti dei pesticidi, Agenzia europea dell’ambiente sulle emissioni agricole.





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