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Pitbull, rottweiler e molossoidi: il rischio esiste, ma l’Italia continua a discuterne senza dati completi

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Un rottweiler, foto illustrativa (non legata a un episodio specifico)

Opinione — un contributo di Luca Sarcone.

Cani potenti sempre più visibili anche nel Lazio e nella Tuscia. Non si tratta di criminalizzare intere razze, ma di chiedersi se le norme attuali siano sufficienti e, soprattutto, realmente applicate.

Pitbull, rottweiler, amstaff, dogo argentino e altri molossoidi sono ormai una presenza frequente nelle città italiane. Anche a Roma, nel Lazio e nei centri della Tuscia capita di incontrarli nei parchi, lungo le strade o nelle aree verdi, talvolta liberi oppure condotti con guinzagli estensibili che non sembrano consentire un controllo adeguato.

Da qui nasce una domanda legittima: le regole italiane sono sufficienti per prevenire aggressioni a persone e altri animali?

La risposta richiede equilibrio. Non tutti i cani appartenenti a queste tipologie sono aggressivi e la razza, da sola, non permette di prevedere con certezza il comportamento di un singolo animale. Tuttavia, negare le differenze fisiche tra un cane di piccola taglia e un esemplare selezionato per forza, tenacia e potenza significherebbe ignorare una parte del problema.

Quando un cane molto forte aggredisce, le conseguenze possono essere irreversibili anche se la probabilità che morda non dipende esclusivamente dalla razza.

Quasi 50mila aggressioni, ma i dati italiani sono incompleti

Secondo un dossier elaborato sulla base di informazioni trasmesse dal Ministero della Salute, tra gennaio 2019 e luglio 2025 sarebbero state registrate in Italia 49.250 aggressioni canine ai danni di persone: una media di circa 21 episodi al giorno.

Il dato, già significativo, è però parziale. Regioni importanti come Lazio, Toscana, Campania ed Emilia-Romagna non risultavano comprese nella rilevazione esaminata. Non permette quindi di stabilire quanti episodi siano avvenuti a Roma, nel Viterbese o nel resto della regione, né di costruire una classifica attendibile delle razze coinvolte.

Un recente studio sugli attacchi mortali avvenuti in Italia ha individuato 54 decessi tra il 2009 e il 2025, con un numero annuale compreso tra una e cinque vittime. Cinque morti sarebbero state registrate sia nel 2024 sia nel 2025.

Tra i casi più drammatici del Lazio resta quello del 39enne Paolo Pasqualini, ucciso nel febbraio 2024 da tre rottweiler usciti da una proprietà privata mentre passeggiava nel bosco di Manziana.

I decessi sono eventi rari rispetto ai milioni di cani presenti nelle famiglie italiane, ma la gravità degli episodi impone di non liquidarli come semplici fatalità.

Ancora più incerta è la situazione relativa agli attacchi contro altri cani, gatti e animali domestici. Non esiste una banca dati nazionale pubblica e uniforme che raccolga queste aggressioni. Molti episodi vengono curati nelle cliniche veterinarie, risolti privatamente o non denunciati affatto. È dunque impossibile quantificare seriamente un fenomeno che potrebbe essere sottostimato.

Anche l’affermazione secondo cui pitbull e molossoidi sarebbero in forte aumento a Roma e nella Tuscia non può, allo stato attuale, essere dimostrata attraverso serie statistiche pubbliche. La percezione dei cittadini può essere fondata, ma servirebbero dati annuali dell’Anagrafe canina, suddivisi per territorio e tipologia, per trasformarla in una conclusione verificabile.

Nel mondo milioni di morsi ogni anno

L’Organizzazione mondiale della sanità riferisce che ogni anno nel mondo si verificano decine di milioni di ferite provocate da cani. Nei soli Stati Uniti si stimano circa 4,5 milioni di persone morse annualmente, anche se soltanto una parte necessita di assistenza medica.

Le statistiche per razza devono però essere interpretate con cautela. “Pitbull”, ad esempio, è spesso utilizzato per indicare un insieme di cani con caratteristiche fisiche simili e non una singola razza identificata in maniera univoca. Gli incroci e gli errori di riconoscimento visivo possono falsare i conteggi.

Gli studi sugli attacchi più gravi indicano quasi sempre la presenza contemporanea di diversi fattori: mancata socializzazione, isolamento dell’animale, recinzioni inadeguate, precedenti episodi ignorati, maltrattamenti, assenza di una persona capace di intervenire e proprietari che non riescono a controllare fisicamente il cane.

La responsabilità umana resta dunque centrale. Ma proprio perché certi animali hanno una capacità offensiva maggiore, dovrebbe essere maggiore anche la preparazione richiesta a chi decide di detenerli.

Cosa prevede realmente la legge italiana

In Italia non esiste attualmente una lista nazionale di razze automaticamente considerate pericolose. Il precedente elenco è stato abbandonato nel 2009, privilegiando la valutazione del singolo animale.

Le norme stabiliscono che, nei centri urbani e nei luoghi aperti al pubblico, tutti i cani debbano essere condotti con un guinzaglio non superiore a un metro e mezzo, ad eccezione delle aree appositamente dedicate.

Il proprietario deve inoltre avere con sé una museruola, rigida o morbida, da applicare quando esista un rischio per persone o animali oppure su richiesta delle autorità. Non esiste quindi un obbligo nazionale permanente di far indossare la museruola a ogni pitbull o rottweiler, ma esiste l’obbligo di portarla ed essere pronti a utilizzarla.

Il proprietario risponde civilmente e penalmente dei danni e deve affidare il cane soltanto a persone in grado di gestirlo. Un animale già protagonista di morsicature o giudicato ad alto rischio può essere sottoposto a valutazione veterinaria, registrazione e misure specifiche. In questi casi può diventare obbligatorio anche un percorso formativo, il cosiddetto “patentino”.

Il punto critico è l’applicazione. Le norme servono a poco se un cane di quaranta o cinquanta chili viene lasciato libero, affidato a un minore o condotto con attrezzature inadatte da una persona incapace di trattenerlo.

Divieti, patenti e sterilizzazione: cosa accade in Europa

Diversi Paesi hanno scelto discipline più severe.

Nel Regno Unito sono vietate alcune tipologie, tra cui il pitbull terrier. Per gli XL Bully è proibita la nuova vendita, la cessione e la riproduzione; gli esemplari già esistenti possono essere detenuti soltanto con un certificato di esenzione e devono essere registrati, assicurati, sterilizzati e tenuti al guinzaglio e con la museruola nei luoghi pubblici.

La Francia divide i cani considerati pericolosi in categorie. Per detenerli sono necessari un permesso, un corso di formazione del proprietario, una valutazione comportamentale, l’assicurazione e, in determinati casi, la sterilizzazione.

La Danimarca vieta la detenzione, l’allevamento e l’importazione di tredici razze e relativi incroci. In Germania esistono restrizioni federali all’importazione e ulteriori regole regionali, che possono comprendere prove di competenza, test comportamentali, assicurazione e obblighi di guinzaglio e museruola.

Questi provvedimenti non hanno però prodotto ovunque risultati conclusivi. Uno studio condotto in Danimarca non ha rilevato, dopo l’introduzione della normativa basata sulle razze, una riduzione complessiva significativa dei ricoveri ospedalieri per morsicature.

Il divieto basato esclusivamente sull’aspetto del cane rischia inoltre di essere aggirato attraverso incroci e dichiarazioni inesatte. Può colpire animali equilibrati senza intervenire sui proprietari irresponsabili, sui traffici clandestini e sui soggetti realmente problematici.

Una disciplina più rigorosa senza condannare gli animali esistenti

Chiedere controlli più severi non significa proporre l’abbattimento dei cani oggi presenti nelle famiglie. Una simile soluzione sarebbe ingiusta verso animali che non hanno mai manifestato aggressività e rischierebbe di trasformare una questione di sicurezza in una battaglia ideologica.

Sarebbe invece ragionevole discutere di un sistema graduale che preveda:

  • un attestato obbligatorio prima dell’acquisto di cani dotati di particolare forza e potenzialità lesiva;
  • registrazione e tracciabilità effettiva di allevatori, cucciolate, vendite e passaggi di proprietà;
  • assicurazione per la responsabilità civile;
  • valutazioni comportamentali dopo ogni aggressione e per gli animali segnalati;
  • controlli su guinzagli, museruole, recinzioni e condizioni di custodia;
  • divieto di affidare cani difficili da controllare a minori o persone fisicamente non idonee;
  • sanzioni più pesanti per chi lascia libero un animale potenzialmente pericoloso;
  • una banca dati nazionale delle aggressioni, comprese quelle contro cani, gatti e altri animali.

Si potrebbe inoltre valutare, dopo un esame scientifico e giuridico, il divieto futuro di riproduzione e vendita per determinate tipologie selezionate per il combattimento o caratterizzate da un rischio particolarmente elevato. Gli animali già esistenti potrebbero continuare a vivere con i proprietari, ma sottoposti a registrazione, formazione obbligatoria, assicurazione, sterilizzazione e regole precise.

La sterilizzazione, è bene chiarirlo, non rappresenta una cura automatica contro l’aggressività. Può però impedire la riproduzione incontrollata e la crescita di un mercato spesso alimentato da mode, annunci online e allevamenti improvvisati.

Il dibattito non dovrebbe essere una guerra tra chi considera ogni molossoide una minaccia e chi nega qualsiasi rischio. La sicurezza pubblica e il benessere degli animali richiedono proprietari preparati, controlli reali e dati trasparenti.

Prima di introdurre un divieto assoluto occorre valutarne l’efficacia. Ma continuare ad affidarsi soltanto al buon senso dei singoli, mentre le aggressioni gravi si ripetono, non sembra più sufficiente.

Fonti principali: Ministero della Salute – Tutela dall’aggressione dei cani, Gazzetta Ufficiale – Ordinanza 10 luglio 2025, studio sugli attacchi mortali in Italia, OMS – Animal bites, AVMA – rischio e ruolo della razza, governo britannico – disciplina XL Bully, Francia – cani pericolosi, Danimarca – razze vietate, studio sull’efficacia della normativa danese.

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