Opinione — un contributo a firma “L’Osservatore”.
Guardando le immagini di Villa Lante illuminata, viene da chiedersi se sia stato giusto aggiungere tutta questa illuminazione a un’opera che le luci, in origine, non le aveva. È valorizzazione, o è mistificazione?
Un restauro vero, non un capriccio
Va detto prima di tutto cosa è stato fatto davvero. Il restauro di Villa Lante, inaugurato il 13 luglio, è costato 7 milioni di euro di fondi PNRR ed è durato due anni, restando aperto al pubblico per l’intero cantiere. Secondo la direttrice dei lavori Marina Cogotti, l’intervento ha riguardato tre fronti: il rifacimento degli impianti, il recupero del verde — circa 1.350 alberi trattati nel bosco — e il restauro delle superfici architettoniche e murarie. La sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni ha parlato dell’obiettivo di rendere il giardino «un luogo vivo, da vivere» e non solo da conservare; la direttrice regionale dei musei Elisabetta Scungio ha definito il percorso «partecipato», proprio perché il pubblico ha potuto continuare a visitare la villa durante i lavori.
Il nodo della luce
Dentro questo restauro c’è però un elemento che non è manutenzione ma aggiunta: un nuovo impianto di illuminazione, con dimostrazioni serali delle fontane accese. Ed è qui che la domanda si fa legittima. I giardini all’italiana come Villa Lante — acqua, giochi prospettici, ninfei — sono stati concepiti per essere visti di giorno, nella luce naturale che ne definiva ombre, riflessi, sorprese. Illuminarli di notte non è un restauro conservativo: è una reinterpretazione contemporanea, pensata per un pubblico e un uso — quello serale, da evento — che il progetto rinascimentale non prevedeva.
Questo non significa che sia sbagliato. Rendere un luogo “vivo”, accessibile anche di sera, può essere davvero un modo per farlo amare a più persone, non solo agli specialisti che lo studiano nei libri. Ma è una scelta che cambia l’esperienza dell’opera, non solo la sua manutenzione — e le due cose meritano di essere distinte, invece di essere raccontate entrambe come semplice «ritorno all’antico splendore».
Dove passa il confine
Forse la differenza che conta non è tra illuminare o non illuminare, ma tra un’illuminazione discreta — pensata per la sicurezza e per una fruizione serale sobria, reversibile, che si può accendere e spegnere senza lasciare segni — e uno spettacolo pensato per stupire, che rischia di sostituire l’esperienza originaria del luogo con un’altra, più scenografica. Un conto è poter camminare in un giardino storico anche al tramonto; un altro è trasformarlo in un “tripudio di luci” pensato per i social prima ancora che per chi lo visita.
Non è una domanda a cui rispondere con un giudizio netto. Ma vale la pena farsela, invece di accontentarsi della formula «tornato all’antico splendore» — che nel caso della luce, a Villa Lante, un antico splendore semplicemente non lo aveva mai avuto.
Le opinioni espresse in questo contributo sono dell’autore, pubblicato con pseudonimo su sua richiesta, e non impegnano la redazione. Leggi tutti gli editoriali dell’Osservatore. Foto: Fontana dei Mori, Villa Lante — Daderot, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.





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