Venerdì 16 ottobre 2026Anno I · Edizione online

Viterbo e la spirale del degrado: il caso di viale Trento e la paralisi delle risposte

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Vicolo del centro storico in penombra, immagine simbolica di degrado urbano

La sequenza di interventi delle forze dell’ordine in viale Trento — culminata in quattro risse registrate nell’arco di una sola giornata — non rappresenta un fatto di cronaca isolato, bensì la spia di un degrado strutturale che interessa l’area di viale Trento e diverse zone del centro di Viterbo.

A frequentare questi spazi sono spesso soggetti già noti alle autorità, gravati da dipendenze severe o vulnerabilità psichiche, che si muovono in un vuoto di presa in carico e senza reali percorsi di reinserimento. Il risultato è la formazione di sacche di marginalità ad alto rischio, dove prospera lo spaccio di stupefacenti e si innescano dinamiche criminali capaci di intercettare sia i più giovani sia le comunità di migranti prive di un’effettiva integrazione.

Questa indifferenza verso l’emarginazione ha già pagato il suo prezzo più alto e drammatico. La tragica scomparsa di Benedetta Marino, la ragazza di 23 anni e madre di un bambino di quattro trovata senza vita la mattina di sabato 8 agosto nello stabile abbandonato dell’ex Consorzio Agrario in via Baracca, è la dimostrazione di cosa accade quando il territorio viene lasciato a se stesso. Gli immobili dismessi e fatiscenti della città si trasformano inevitabilmente in rifugi fuori da ogni controllo, vere e proprie zone franche dove la disperazione e la microcriminalità trovano riparo, convertendosi in trappole mortali.

Attorno a questi scheletri urbani continua intanto la speculazione: si edifica ex novo mentre a pochi metri di distanza si tollera l’abbandono di strutture che dequalificano interi quartieri e minacciano la sicurezza dei residenti. Perché non si riqualificano o riconvertono questi spazi prima di cementificare altrove? L’immagine simbolo di questo stallo resta l’incompiuta di Riello — il cosiddetto “Colosseo” — che accoglie chi entra in città come un monumento spettrale non alla storia antica, ma all’immobilismo burocratico e amministrativo dei nostri giorni. Si attende passivamente che la burocrazia compia i suoi tempi infiniti, mentre la realtà quotidiana degrada.

Sul piano metodologico, ciò che emerge è un senso di impotenza strutturale imbrigliato nel meccanismo delle “porte girevoli”: fermi temporanei o trattenimenti di 48 ore che si risolvono quasi sistematicamente con il ritorno degli stessi individui sugli stessi marciapiedi. Sebbene il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica si riunisca per le emergenze, manca ancora un tavolo permanente e strutturato che veda la partecipazione diretta dell’ASL — attraverso i Dipartimenti di Salute Mentale e i Servizi per le Dipendenze (SerD) — al fianco di Comune e Prefettura. Trattare fenomeni di questa portata esclusivamente come questioni di polizia significa solo spostare il problema di qualche centinaio di metri.

Le ripercussioni per il tessuto cittadino sono devastanti: svalutazione del patrimonio immobiliare, chiusura delle attività commerciali e una drammatica perdita di senso civico. Quanto accade a Viterbo riflette, su scala ridotta, la paralisi dell’intero Paese: l’abitudine ad adagiarsi sulla gestione provvisoria dei problemi, rinviando le riforme di fondo. Continuare a tollerare il degrado e l’inerzia significa condannare i territori a un declino irreversibile; ed è proprio dalla capacità di recuperare i propri spazi e tutelare le persone più vulnerabili che si misura l’efficacia di uno Stato.

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