Venerdì 16 ottobre 2026Anno I · Edizione online

«La fine di Israele», il libro di Ilan Pappé sul collasso del progetto sionista

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Lo storico israeliano Ilan Pappé, di profilo

Recensione del libro «La fine di Israele» di Ilan Pappé, disponibile presso la libreria Straffi in via Saffi, 133

Perché è importante leggere questo libro? Perché, contrariamente alle interpretazioni correnti, descrive Israele come il prodotto di un progetto coloniale che è entrato nella sua fase finale di crisi. Con il risultato di aprire possibilità nuove di liberazione per la popolazione palestinese e di convivenza pacifica tra i vari gruppi sociali che abitano la Palestina storica grazie alla creazione di un nuovo unico Stato equo, giusto e democratico.

Il progetto sionista che ha portato alla creazione dello Stato d’Israele è ai titoli di coda e il suo «potenziale collasso» potrà aprire la strada a possibilità nuove di riconciliazione pacifica tra i vari gruppi e le varie popolazioni che abitano questo territorio.

È la tesi che Ilan Pappé – uno dei più importanti esponenti della nuova storiografia israeliana, docente di Storia presso l’Università di Exeter, dove dirige anche il Centro europeo degli studi sulla Palestina – avanza nel suo ultimo libro «La fine di Israele» (titolo originale: «Israel on the Brink: And the Eight Revolutions That Could Lead to Decolonization and Coexistence»).

L’autore ribalta l’idea che Israele e il sionismo siano all’apice della loro potenza, proponendo un’analisi in base alla quale lo Stato ebraico appare sull’orlo di una «disintegrazione inevitabile, caotica e violenta».

Pappé sembra voler sfidare l’evidenza, nel momento in cui Tel Aviv dispiega il massimo della sua forza militare avendo distrutto Gaza, massacrando i suoi abitanti nella guerra contro Hamas, neutralizzata e ridotta al silenzio, attaccato i siti nucleari dell’Iran, eliminando generali e scienziati di Teheran, e bombardato, nello spazio di 72 ore, 6 paesi (Palestina, Libano, Siria, Qatar, Yemen e Tunisia).

Ma la crisi, secondo lo storico ebreo-israeliano, è già in essere e le spaccature sono così grosse che «nessuna opera di manutenzione potrà ripararle». Il collasso di Israele, ai suoi occhi, non è una posizione politica ma un «processo oggettivo» che cambia lo scenario dell’area e va affrontato di petto.

Fine dello Stato coloniale

Giova sottolineare che Ilan Pappé inquadra la realtà, che, a suo dire, si limita a osservare, in un contesto più ampio.

Ciò che va in pezzi con il sionismo è il «tentativo secolare dell’Occidente, Regno Unito in testa, di imporre uno Stato ebraico su un paese arabo». Sotto questo aspetto, la dissoluzione di Israele è la fine di un assetto coloniale definito dai paesi vincitori della prima e della seconda guerra mondiale nella regione medio-orientale.

A essere messo in questione è il modello degli Stati-nazione imposto al Mashreq, l’area dei paesi situati nel Mediterraneo orientale, che, dopo la disgregazione dell’Impero ottomano, ha acuito le divisioni etnonazionaliste e religiose, «rendendo la coesistenza meno probabile e più soggetta a tensioni». In altri termini, la risistemazione di questa zona del mondo basata su schemi politici coloniali e occidentali, di cui Israele è espressione, è un lascito fallimentare, non più sostenibile. E la riorganizzazione futura del Mashreq va inscritta in un processo di decolonizzazione.

7 crepe fatali

A riprova dell’impianto analitico, Ilan Pappé paragona Israele a un edificio che mostra delle vistose crepe nelle fondamenta.

La prima riguarda l’emergere di una forma di estremismo ebraico, fusione tra sionismo religioso e giudaismo ortodosso, che contrappone allo Stato di Israele lo Stato di Giudea. Sarebbe in atto, in forza di questa lettura, una lotta esistenziale interna all’universo ebraico, che produrrebbe, da un lato, la divisione fatale di Israele, tra una parte laica e una suprematista e fondamentalista religiosa e, dall’altro, l’intensificarsi della repressione contro il popolo palestinese fino alla sua eliminazione e all’instaurazione di una «Grande Israele che si estende su tutte le terre del racconto biblico».

Promotori di questa soluzione sono un vasto arco di forze ebraiche, coloni, mizrahi, ebrei ortodossi di origini arabe, nonché i ministri dell’attuale governo Netanyahu Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, quest’ultimo noto per aver dichiarato che «non esiste un popolo palestinese».

La seconda crepa che mina le fondamenta di Israele è il supporto internazionale alla causa palestinese. In effetti, milioni di persone in vari paesi hanno manifestato contro la guerra e il genocidio di Gaza e sono nati movimenti come il BDS che organizzano boicottaggi e chiedono sanzioni contro Tel Aviv promuovendo iniziative di solidarietà internazionale pro-Palestina. Molti paesi, d’altronde, hanno interrotto o sospeso i rapporti diplomatici con Israele (Turchia, Bolivia, Colombia), imposto un embargo alla vendita di armi o riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina.

La terza crepa fa riferimento all’allontanamento della comunità ebraica mondiale dalle idee sioniste, segnatamente di quella statunitense, tradizionale baluardo di Israele. Sono soprattutto i giovani e gli studenti a non avere più l’attaccamento di genitori e nonni e ad assumere sempre più un atteggiamento critico nei campus, dove gli ebrei manifestano insieme ai palestinesi. La quarta, invece, si evidenzia nell’economia del paese che non è più florida come un tempo. In Israele il 20% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, aumenta la diseguaglianza economica e il Pil è crollato del 19,4% dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023.

Anche l’esercito israeliano, l’IDF, comincia a mostrare limiti nel contrastare in modo efficace forze militari avverse (non si è riusciti a sradicare Hamas, ad esempio) e la quinta crepa sta nella «perdita di fiducia nelle capacità militari di Israele» da parte dei cittadini che cominciano a dubitare che le forze armate siano in grado di tenerli al sicuro. Più in generale, lo Stato ebraico dà prova di una incapacità di assistere i propri cittadini (sesta crepa) a causa anche di una amministrazione pubblica inefficiente e corrotta.

La settima crepa è determinata dall’insorgere di una nuova e combattiva generazione palestinese, molto più unita di quelle precedenti e con una «visione più chiara del futuro che immagina per la Palestina storica».

Stato equo, giusto e democratico in Palestina

La guida del movimento di trasformazione anti-coloniale e anti-sionista dovrà essere affidata ai palestinesi. L’obiettivo è la liberazione della Palestina storica e l’instaurazione di un unico Stato equo, giusto e democratico.

Da questo punto di vista, Ilan Pappé non condivide la soluzione a due Stati, alla base del negoziato che condusse alla firma degli accordi di Oslo del 1993 tra il leader dell’Olp Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, giudicandola un «cadavere in decomposizione».

Nei fatti, i palestinesi sono stati progressivamente sottomessi e lo status quo che si è creato con il processo di pace prevede un dominio totale dello Stato ebraico con due piccoli bantustan in Cisgiordania e a Gaza, l’uno amministrato dall’Autorità nazionale palestinese per conto di Israele e l’altro controllato con l’assedio e la forza militare.

Mini-rivoluzioni

Per poter raggiungere il traguardo di una Palestina liberata bisogna, secondo l’autore, mettere in atto una serie di mini-rivoluzioni. La principale è quella di una riforma politica del movimento palestinese, allo stato frammentato e disunito, che porti alla costituzione di una nuova organizzazione, e a una politica unitaria, laica, democratica e socialista, espungendo le tendenze teocratiche e islamiste, sotto l’impulso del nuovo attivismo giovanile.

Si dovrà anche porre al centro il problema della giustizia riparativa per «porre fine alle violenze e ai massacri in Israele e Palestina», il diritto dei profughi palestinesi al ritorno e il futuro degli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Anche il mondo ebraico dovrà essere attraversato da una mini-rivoluzione, sia all’estero che all’interno di Israele, per ridefinire la sua identità in modo da sganciarla dalle idee sioniste, che hanno distrutto la cornice ecumenica pre-esistente in Palestina, e contemplare una riconciliazione pacifica con i palestinesi.

La prospettiva entro cui si inscrive la critica all’ebraismo nazionalista è quella di un cambio di paradigma nel quale nessun «gruppo religioso o etnico pretenda che la propria identità venga equiparata a quella dello Stato».

Le basi della nuova convivenza in Palestina, divisata da Pappé, riservano agli ebrei di Israele il posto di una «comunità tra le tante, così come i cristiani, i drusi e i musulmani di ogni denominazione, quindi né migliore né peggiore delle altre».

La mini-rivoluzione più importante è però, secondo lo storico, immaginare una realtà diversa.

E, in un esercizio di anticipazione fantapolitica, il libro di Pappé finisce descrivendo come potrebbe essere il dopo Israele nella forma di diario scritto da un ebreo che parteggia e partecipa alla liberazione futura della Palestina.

Carlo Lavalle

Foto: L.Willms, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

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