Venerdì 16 ottobre 2026Anno I · Edizione online

Viterbo, la grande bellezza incompresa

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Panorama di Viterbo dallalto: i tetti del centro storico, una torre medievale e i monti Cimini sullo sfondo

Il 3 settembre a Viterbo si rinnova il rito straordinario del trasporto della Macchina di Santa Rosa. Con il passare degli anni e la maturità, tuttavia, lo sguardo di chi ama davvero questa città cambia: si passa dall’entusiasmo travolgente e acritico dell’età giovanile a un’osservazione più lucida, disincantata e critica. Non si tratta di una mancanza di sentimento, ma della capacità di distinguere la realtà dalla finzione e di misurare lo scarto tra ciò che Viterbo è e ciò che potrebbe realmente essere.

Un territorio straordinario e un potenziale inespresso

A Viterbo non manca nulla per emergere a livello nazionale e internazionale. Il territorio offre una combinazione paesaggistica e geografica unica: colline, laghi e il mare a poca distanza, una forte vocazione termale e una stratificazione storica che affonda le radici ben prima degli Etruschi, passando per i Romani fino a diventare una splendida città medievale. Viterbo è stata la città dei Papi e la culla del primo conclave della storia, nato proprio qui nel 1268.

Eppure, persino in occasioni globali come i Giubilei, la città dimostra una totale assenza di lungimiranza, incapace di giocare un ruolo da protagonista nonostante la sua fortissima radice religiosa.

La provincia isolata e la mentalità dell’enclave

Oggi Viterbo appare come una provincia bloccata nel suo cantuccio, schiacciata da un lato dalla mole di Roma e dall’altro da una Toscana che viaggia a un ritmo completamente diverso, valorizzando borghi e città che non hanno nulla in più della Tuscia. Abbiamo una storia papale e un patrimonio cinematografico di rilievo — la città è spesso scelta come set per film e serie televisive — a cui però non corrisponde mai un vero ritorno turistico strutturato. I visitatori sono costretti ad andarsene dopo un giorno o due perché mancano strategie di promozione e un’accoglienza all’altezza.

Il turismo termale ristagna e non decolla come dovrebbe. Spesso si ha l’impressione che esistano entità che preferiscono mantenere uno status quo rassicurante, un’enclave per pochi, piuttosto che rischiare di ingrandirsi, attrarre flussi turistici importanti e gestire una crescita che richiederebbe risorse, pianificazione e coraggio.

Il centro storico tra crollo immobiliare, perle nascoste e degrado

Il cuore pulsante della città, custode di uno dei borghi medievali più estesi d’Europa, vive una crisi inaccettabile. Da un lato assistiamo al crollo dei valori immobiliari nel centro storico: immobili straordinari, autentiche perle nascoste con soffitti affrescati e decorazioni che spaziano dal Medioevo al Rinascimento e al Barocco, vengono svenduti o affittati a prezzi irrisori. Dall’altro, questo patrimonio inestimabile è trattato con sciatteria: intonaci rovinati, coperture improprie sulla pietra antica, panni stesi, cavi penzolanti ovunque e sporcizia trasformano un potenziale gioiello internazionale nella parvenza di una periferia degradata.

La desertificazione commerciale e il caos delle licenze

A peggiorare il quadro c’è la desertificazione commerciale e la miopia nella gestione delle licenze. Si continuano a favorire poli commerciali periferici e a concedere licenze con troppa facilità, aprendo attività identiche una di fronte all’altra che finiscono per farsi concorrenza, mentre le botteghe storiche e l’artigianato di qualità spariscono. Salvo rare e coraggiose eccezioni — come la signora ottantenne che ha appena aperto una nuova attività in centro, a cui va un plauso e un augurio immenso — il tessuto commerciale si impoverisce.

L’amministrazione dovrebbe invece porre paletti chiari, pretendere standard di decoro elevati, agevolare chi investe con sgravi fiscali e adoperarsi per calmierare gli affitti richiesti, a fronte dello spopolamento e della cronica mancanza di parcheggi promessi e mai realizzati.

La gestione «alla viterbese» e la mancanza di pianificazione

Questa filosofia del «tiriamo a campare» si riflette in ogni aspetto della gestione cittadina. Si agisce senza visione, con la tipica mentalità del «facciamolo tanto per farlo», sprecando risorse e realizzando interventi approssimativi. Ne sono prova recente soluzioni di comunicazione e marketing turistico imbarazzanti, come i kit distribuiti per il caldo con lo slogan «Sollevati e freschi» o «Lo zinale di Rosina» — privi di un codice QR o di un minimo di promozione storica della città e dell’evento — o la scelta di loghi e stemmi discutibili.

Dal punto di vista urbanistico e dei servizi, dalla gestione dei rifiuti alla mobilità, si sconta una pianificazione inesistente, incapace di correggere i difetti storici dello sviluppo edilizio o di far pesare la città sulle grandi partite infrastrutturali.

La città vetrina: il trucco del 3 settembre

C’è poi un’ipocrisia più sottile, che si palesa proprio oggi sotto gli occhi dei visitatori: l’ansia di mostrare una città tirata a lucido, pulita e perfetta solo perché è il giorno della festa grande, quando la realtà quotidiana è ben diversa. È il bisogno di mettersi in ghingheri, di farsi vedere nei grandi eventi, dimenticando di vivere per gli altri 364 giorni dell’anno circondati da degrado e immondizia. L’apparenza, a Viterbo, è tutto.

Un’involuzione culturale che riguarda anche le nuove generazioni di genitori: adulti che, invece di educare i figli ai valori veri e al rispetto, fanno i ragazzini insieme a loro, assecondandoli e comprando — a dispetto del caro vita — beni di lusso, microcar costosissime e motorini modificati e rumorosi che sfrecciano in città.

A tutto ciò si unisce una diffusa assenza di rispetto delle regole, a partire proprio da noi viterbesi: sporcare la città, mancare di decoro e infrangere le regole quotidiane senza conseguenze è lo specchio di questa deriva. Se non si comincia a sanzionare chi imbratta e a pretendere rigore, nessuna rinascita sarà possibile.

L’indifferenza degli altri 364 giorni e il futuro dei giovani

Il carattere di molti viterbesi è segnato da un’indifferenza profonda che si interrompe solo il 3 settembre. Negli altri giorni dell’anno la città appare spesso sporca, disunita e rassegnata. Se i facchini sotto la Macchina incarnano un’unità e un’adrenalina uniche, la cittadinanza non riesce a trasmettere quello stesso spirito nella vita quotidiana. Si piange sempre sul latte versato, intervenendo solo in caso di emergenza e fallendo nella programmazione, incapaci di accettare quei minimi disagi che accompagnano inevitabilmente una crescita economica e sociale di livello.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città che non sa offrire opportunità ai giovani, dove le imprese non investono e le realtà vicine, anche piccoli borghi, corrono veloci lasciandoci indietro.

La domanda di fondo resta una sola: esiste la reale volontà di cambiare rotta, o ci si vuole ostinare a usare la facciata della tradizione come specchietto per le allodole, condannando Viterbo a un lento declino? Alla fine, tra una toppa messa male e l’altra, tra un kit e una vetrina tirata a lucido solo per le telecamere, non resta che affidarsi alla nostra Rosa, sperando che un giorno, oltre a far volare la Macchina, qualcuno si ricordi di far decollare anche la città. Nel frattempo, con un pizzico di amara ironia e tanta irriducibile affezione: evviva Santa Rosa.

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