VITERBO – Chiunque si sia trovato alla guida lungo le strade di Viterbo in questi giorni non ha potuto fare a meno di notarli: enormi cartelloni pubblicitari che campeggiano sui viali, recanti a grandi lettere una frase d’impatto: «La rabbia è un sentimento prezioso».
La citazione è colta e nobilissima. Si tratta del celebre manifesto del drammaturgo Mattia Torre, a cui la città si appresta a dedicare l’omonimo Premio culturale presso il Teatro dell’Unione. Eppure, osservando quei manifesti dal finestrino di un’auto imbottigliata nel traffico, sorge spontaneo un dubbio sull’efficacia di questa scelta comunicativa. Cosa capisce un automobilista stressato che legge, di sfuggita, che la rabbia è «preziosa»?
Il cortocircuito della decontestualizzazione
Il rischio di un totale malinteso emotivo e comunicativo è dietro l’angolo. Il monologo originale di Mattia Torre, reso celebre da attori come Virginia Raffaele, diceva in realtà l’esatto contrario di ciò che un passante distratto potrebbe recepire. Torre criticava aspramente la società moderna proprio perché disperde la carica stabile della rabbia nelle futilità quotidiane: ci arrabbiamo se internet non prende, se la pasta è scotta o, ironicamente, se l’auto davanti a noi non parte al semaforo.
Per l’autore, la rabbia è «preziosa» solo quando diventa indignazione civile, motore di cambiamento, spinta verticale contro le ingiustizie. Isolata su un cartellone stradale, senza alcun contesto, la frase subisce un ribaltamento paradossale: si trasforma in una pericolosa autorizzazione in bianco a perdere le staffe. L’automobilista in coda si sente legittimato a lanciare improperi contro chi va troppo piano, confortato da un manifesto istituzionale che gli assicura che il suo fegato amaro è, dopotutto, un valore da custodire.
La soluzione? Bastava un sottotesto
La buona comunicazione urbana non dovrebbe mai sacrificare la complessità sull’altare della brevità a tutti i costi. Se l’intento degli organizzatori era stimolare una riflessione o incuriosire la cittadinanza in vista del festival a teatro, l’effetto concreto rischia di essere opposto, alimentando quel nervosismo cittadino che Torre tanto condannava.
Per disinnescare questo malinteso e trasformare un cartellone ambiguo in una potente lezione di educazione civica, sarebbe bastato pochissimo. Sarebbe bastato aggiungere un piccolo sottotesto chiarificatore. Qualcosa come: «Custodiamola per le grandi ingiustizie».
Con una sola riga in più, il messaggio avrebbe riacquistato la sua bussola morale. L’aggressività egoistica del singolo sarebbe stata ricondotta a una dimensione collettiva e sociale. La provocazione culturale è sempre benvenuta, ma quando si parla alla massa in movimento — a chi ha solo tre secondi di tempo tra un semaforo e una precedenza — la chiarezza non è un optional. È il primo passo per rispettare la memoria di un autore che, sulle nostre nevrosi quotidiane, ha scritto capolavori di rara lucidità.
Nota della redazione
La frase che campeggia sui cartelloni è la prima metà di una battuta più lunga. Il monologo è La rabbia, dal programma Facciamo che io ero (Rai2, 2017), i cui testi sono firmati da Mattia Torre e Daniele Prato, ed è portato in scena da Virginia Raffaele. Nell’elenco delle cose per cui ci si arrabbia compaiono «il traffico» e «il parcheggio che non c’è». E la chiusa, per intero, è questa: «La rabbia è un sentimento prezioso. Non disperdiamola.»
Il sottotesto che questo articolo propone di aggiungere, insomma, nell’originale c’è già: è la seconda frase, quella che, stando a quanto racconta l’autrice, sui cartelloni manca.
Il Premio «Mattia Torre» è alla seconda edizione ed è promosso e organizzato dal Tuscia Film Fest insieme alla famiglia e agli amici dell’autore, scomparso nel 2019; fra i sostenitori figura anche il Comune di Viterbo. Le serate finali sono il 2 e il 3 ottobre 2026 al Teatro dell’Unione, condotte da Geppi Cucciari.





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