Venerdì 16 ottobre 2026Anno I · Edizione online

Oltre le mura: il centro storico che si svuota e si ripopola

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Due saracinesche chiuse con cartelli di affitto in una strada del centro storico di Viterbo, una persona cammina davanti

Premessa

Questo testo prosegue una riflessione sulle mura di Viterbo spostandone il baricentro dal passato al presente. Non descrive un’emergenza e non propone una tesi consolatoria. Osserva un movimento doppio, e a prima vista contraddittorio: il centro storico perde residenti e attività, e nello stesso tempo si ripopola di persone arrivate da fuori, spesso da molto lontano, che alla cittadinanza formale restano in larga parte esterne. Il recinto che per secoli ha distinto il dentro dal fuori ospita oggi, nella sua parte più antica, la quota più alta di abitanti stranieri della città. È un fatto statistico prima che un tema politico, e conviene leggerlo per quello che è, senza trasformarlo né in allarme né in favola.

La vocazione della cinta muraria: proteggere chi non ha protezione

Una città murata è, prima di ogni altra cosa, una promessa di protezione. Il muro nasce per difendere una comunità politica, ma la protezione che offre non si esaurisce nei cittadini di pieno diritto. Entro il perimetro trovano posto anche i corpi più esposti: pellegrini in transito, mercanti di passaggio, malati, poveri, esuli. Lo spazio racchiuso non è soltanto il luogo di chi appartiene; è anche il luogo in cui chi non ha nulla può, temporaneamente, non essere esposto.

Viterbo conosce bene questa funzione. La città che nel 1243 sbarra le porte a Federico II è la stessa che riceve papi, curie, religiosi, artigiani e pellegrini diretti a Roma lungo la direttrice francigena, e che intorno al culto di santa Rosa attira per secoli visitatori e risorse dall’esterno. Le stesse porte che assicurano la difesa sono attraversate ogni giorno da persone e da beni. Il dentro non è mai stato autosufficiente: è sempre dipeso dal contado, dalle vie di comunicazione e dalla possibilità di scambiare.

La memoria cittadina custodisce anche un episodio più preciso. Rosa fu esiliata da Viterbo insieme alla famiglia dalle autorità legate alla parte ghibellina, e più tardi la stessa città che l’aveva respinta ne fece la propria patrona. L’esilio, cioè il passaggio forzato dal dentro al fuori, fu seguito da una reintegrazione tanto potente da renderla concittadina perenne. È un precedente che vale la pena tenere presente: il confine viterbese, storicamente, si è già riaperto almeno una volta, e su una figura che la città aveva classificato come esterna (Rava & Sedda, 2023; Vauchez, 2015).

Va detto con altrettanta chiarezza che questa protezione non è mai stata incondizionata. Si entrava per una porta sorvegliata, e la sorveglianza non riguardava soltanto le armi: riguardava il riconoscimento. Chi arrivava doveva poter essere collocato in un ordine noto. La città accoglieva, ma classificando.

Il vuoto: i numeri di un centro che si svuota

Il dato più visibile è commerciale. Secondo l’analisi del progetto Cities di Confcommercio, fra il 2012 e il 2025 il comune di Viterbo ha perso 213 imprese del commercio al dettaglio, passando da 962 a 749 attività. La contrazione si concentra nel centro storico, dove i negozi scendono da 571 a 410: centosessantuno saracinesche abbassate in tredici anni. Soffrono soprattutto le attività tradizionali e di prossimità: l’abbigliamento passa da 129 a 68 punti vendita, le edicole si dimezzano da 21 a 10, i rivenditori di carburante crollano da 15 a 4, i mobilifici scendono da 78 a 57. Viterbo si colloca al settantatreesimo posto nella graduatoria nazionale dei 122 centri più colpiti (Confcommercio, 2026).

Un solo comparto cresce, ed è significativo quale: le «altre forme di alloggio», cioè l’ospitalità extra-alberghiera, aumentano da 5 a 18 nel solo centro storico e da 12 a 34 nel resto del territorio comunale. Gli immobili non restano vuoti in senso assoluto; cambiano destinazione. Passano dalla residenza stabile all’ospitalità intermittente, e nel farlo riducono i servizi di prossimità di cui i residenti avrebbero bisogno (Confcommercio, 2026).

Tredici anni, contati uno per uno Barra chiara 2012, barra scura 2025. Fonte: Confcommercio, progetto Cities. Negozi nel centro storico 571 410 Abbigliamento (comune) 129 68 Edicole 21 10 Rivenditori di carburante 15 4 Alloggi extra-alberghieri in centro 5 18
Un solo comparto cresce. Fra il 2012 e il 2025 il commercio al dettaglio del comune passa da 962 a 749 attività; nel solo centro storico da 571 a 410, centosessantuno saracinesche. Nello stesso periodo gli alloggi extra-alberghieri del centro salgono da 5 a 18: gli immobili non restano vuoti, cambiano destinazione. Elaborazione su dati del progetto Cities di Confcommercio.

Il secondo dato è abitativo, e ha contorni meno netti perché le rilevazioni sono più frammentarie. I residenti del centro storico sono in calo e si attestano oggi intorno alle cinquemilaseicento persone; secondo ricostruzioni giornalistiche basate sui dati censuari, una quota vicina a un terzo delle abitazioni del nucleo antico non risulterebbe occupata stabilmente o sarebbe destinata a locazione turistica, con punte nel quartiere di San Pellegrino (Tomassi, 2026). Il dato va preso con la prudenza che merita, ma la direzione che indica è coerente con tutto il resto.

Il terzo dato non è un numero ed è forse il più eloquente: palazzi chiusi, appartamenti vuoti, tetti che cedono. Il crollo di parte della copertura di palazzo di Donna Olimpia Pamphili, nella primavera del 2026, ha riacceso una discussione che a Viterbo si ripete a intervalli regolari. Al di là delle responsabilità amministrative, viene segnalato un problema strutturale: per molti proprietari intervenire su un immobile vincolato del centro è diventato lungo, incerto e costoso, al punto che rinunciare risulta più razionale che ristrutturare. Restano case umide, senza ascensore, scomode, con affitti bassissimi, e un patrimonio che invece di essere valorizzato viene consumato dal tempo (Buzzi, 2026).

Il meccanismo che tiene insieme questi tre piani è noto e si autoalimenta. Il centro perde residenti stabili; con meno residenti si riducono i servizi; senza servizi la vita quotidiana si sposta altrove; senza vita quotidiana il commercio di prossimità chiude; e un centro senza negozi diventa ancora meno abitabile. Non è degrado nel senso tradizionale del termine: è desertificazione, cioè un vuoto che si produce lentamente e senza clamore (Giordano, 2026).

Conviene notare l’ambiguità della parola locale. Il centro storico di Viterbo si svuota dei locali in due sensi contemporaneamente: perde i locali commerciali che chiudono e perde i locali intesi come gente del posto, le famiglie che si trasferiscono in quartieri più recenti, più comodi e meno costosi da mantenere. I due svuotamenti sono lo stesso fenomeno osservato da due lati.

Chi ripopola: un quarto del centro

Mentre il centro si svuota, qualcuno lo abita. Secondo l’elaborazione di dati Istat e anagrafici condotta da Federico Tomassi, cofondatore del gruppo di ricerca #mapparoma, nel centro storico di Viterbo il 24,5 per cento dei residenti è di cittadinanza straniera: 1.354 persone su 5.643 abitanti. È la concentrazione più alta della città, seguita dall’area di Pilastro, Palazzina e Villanova, dove la quota è del 15,9 per cento, pari a 1.546 persone su 10.310. Un abitante su quattro, nel nucleo medievale, non ha la cittadinanza italiana (Tomassi, 2026; Melinelli, 2026).

Il quadro provinciale aiuta a collocare il dato. Uno studio della Uila di Viterbo, che ha raccolto ed elaborato dati Istat, della Camera di commercio e di #mapparoma, conta nella Tuscia 32.632 residenti stranieri su circa 320.000 abitanti, il 10 per cento, provenienti da 149 stati diversi; nel comune capoluogo 7.305 persone su circa 66.000, l’11 per cento, da 124 stati. La crescita è costante: in dieci anni la quota è passata dal 9,3 al 10,6 per cento in provincia e dall’8,3 all’11 per cento in città (Uila Viterbo, 2026).

Il legame con il lavoro è diretto e riguarda soprattutto l’agricoltura. Nel comune di Viterbo 874 operai agricoli su 1.100 sono di origine straniera, l’80 per cento; in provincia sono 4.677 su 9.200, circa la metà, provenienti da 97 paesi. È un lavoro in larga parte a giornata, stagionale, con poche garanzie. Le prime nazionalità sono i romeni, seguiti in provincia da macedoni e albanesi e in città da senegalesi e cingalesi (Uila Viterbo, 2026).

Un abitante su dieci, quattro operai agricoli su cinque Quota di cittadini di origine straniera. Fonte: studio Uila Viterbo su dati Istat, Camera di commercio e #mapparoma. Residenti della Tuscia 32.632 su circa 320.000 10% Operai agricoli in provincia 4.677 su 9.200 51% Operai agricoli nel comune di Viterbo 874 su 1.100 79%
Dove sta la sproporzione. Nella provincia i cittadini stranieri sono circa un abitante su dieci; fra gli operai agricoli sono la metà, e nel comune di Viterbo quattro su cinque. Provengono da 97 paesi: prima i romeni, poi macedoni e albanesi in provincia, senegalesi e cingalesi in città. È un lavoro in larga parte a giornata, stagionale, con poche garanzie. Elaborazione su dati Istat, Camera di commercio e #mapparoma raccolti dalla Uila di Viterbo.

Accanto al lavoro dipendente c’è però un dato imprenditoriale che raramente entra nel racconto pubblico: nel 2024 risultano 351 attività economiche aperte da cittadini di origine straniera nel comune di Viterbo, con prevalenza nel commercio, nelle costruzioni e nei servizi alle imprese. La zona di San Faustino, ai margini del centro antico, ne è l’esempio più riconoscibile. Sono esercizi che occupano locali che il commercio tradizionale ha lasciato, in strade dove le saracinesche chiuse si contano a decine (Uila Viterbo, 2026; Confcommercio, 2026).

Due precisazioni metodologiche sono necessarie, e vanno in direzioni opposte. La prima: la statistica dei residenti stranieri non comprende chi non dispone di documenti o di un alloggio stabile, e la presenza reale è quindi superiore a quella registrata. La seconda: non comprende neppure chi ha acquisito la cittadinanza italiana, e che dunque nei numeri semplicemente scompare, pur essendo spesso la stessa persona di dieci anni prima. I confini statistici, come quelli urbani, sono convenzioni.

Il termine pioniere, che a queste presenze viene talvolta applicato, va usato con precisione. In urbanistica il pioniere è chi occupa per primo uno spazio che gli altri hanno abbandonato. Non lo sceglie per gusto: lo sceglie perché è ciò che può permettersi. Nel centro storico di Viterbo la coincidenza è quasi meccanica: le case che i viterbesi lasciano perché scomode, umide, senza ascensore e difficili da ristrutturare sono le stesse che, avendo affitti bassi, restano accessibili a chi ha minore potere contrattuale sul mercato abitativo.

Esterni alla cittadinanza

Qui la questione diventa politica, e conviene enunciarla con esattezza. Residenza e cittadinanza non coincidono. Si può abitare il centro storico, pagarne l’affitto, mandarci i figli a scuola, aprirci un’attività, ripararne le case per conto di altri, e non poter partecipare alla scelta di chi amministra quel centro. Nelle elezioni comunali il diritto di voto è riservato ai cittadini italiani e, per le sole amministrative, ai cittadini dell’Unione europea residenti che ne facciano richiesta. Una parte consistente di chi vive nel nucleo antico ne è dunque esclusa.

Ne deriva un disallineamento che merita di essere nominato: l’area della città in cui la presenza straniera è più alta è anche quella in cui la distanza fra abitanti e corpo elettorale è più ampia. Le politiche sul centro storico — la casa, i tributi locali, i trasporti, il commercio, la cura degli spazi — si decidono in un elettorato da cui una quota rilevante dei residenti di quel centro è formalmente assente. Non è un’accusa a nessuno: è la descrizione di un meccanismo istituzionale. Ma è un meccanismo che produce effetti, perché una domanda che non ha canali di rappresentanza tende a non entrare nell’agenda.

A questo si aggiunge una barriera meno formale. In una comunità con simboli riconoscibili, tradizioni condivise e reti sociali consolidate, la fiducia tende a essere accordata per gradi: prima si riconosce la posizione del nuovo arrivato, poi eventualmente lo si lascia entrare. È una cultura della soglia più che un’ostilità, ma per chi arriva dall’esterno può richiedere un apprendistato dell’appartenenza lungo e opaco. Il problema nasce quando quell’apprendistato è tanto faticoso da scoraggiare proprio le relazioni di cui una città interna avrebbe più bisogno.

Vale la pena osservare che le comunità internazionali di Viterbo hanno risposto costruendo reti proprie: luoghi di preghiera, esercizi commerciali gestiti da connazionali, attività sportive, circuiti di solidarietà. Sono strutture che funzionano e che radicano le persone nel tessuto urbano. Possono però anche produrre, in assenza di occasioni di incontro, due città che occupano gli stessi vicoli in orari e reti differenti, senza che ciò dipenda da un’intenzione di nessuno.

Il paradosso dello scarto

Occorre resistere a una lettura consolatoria. Il centro storico di Viterbo non si sta ripopolando perché la città abbia deciso di essere accogliente. Si sta ripopolando perché ciò che restava era abbastanza poco desiderabile da risultare disponibile. È la dinamica classica dei tessuti antichi ad alta vincolistica e bassa redditività: quando il patrimonio smette di essere contendibile, diventa accessibile a chi non può permettersi di contendere. L’accoglienza, in questo senso, è anche l’effetto di un abbandono.

Riconoscerlo non toglie valore a ciò che ne consegue. Un centro che perde residenti anziani e ne acquista di più giovani, che vede riaprire locali sfitti sotto altre insegne, che torna ad avere bambini nelle scuole di prossimità, sta comunque invertendo alcune curve. I quartieri viterbesi con maggiore presenza straniera risultano tra i più giovani della città e, in un caso, tra quelli con il tasso di occupazione più alto (Tomassi, 2026). Il ripopolamento è reale, anche quando le sue premesse non sono nobili.

I due errori simmetrici sono facilmente riconoscibili. Il primo consiste nel leggere questa presenza come degrado, confondendo la povertà del patrimonio con la qualità di chi lo abita: è il patrimonio a essere fatiscente, non gli abitanti. Il secondo consiste nel leggerla come soluzione automatica, come se il semplice arrivo di nuovi residenti potesse sostituire una politica per la casa, per i servizi e per il commercio di prossimità. Un ripopolamento che avviene dentro immobili in condizioni pessime non è una rigenerazione: è una redistribuzione del disagio.

C’è infine una competizione che conviene esplicitare, perché è la vera partita del prossimo decennio. Nel centro storico agiscono due ripopolamenti diversi. Uno è intermittente e solvibile: le locazioni turistiche, triplicate nel nucleo antico, portano persone che dormono qualche notte, consumano, ripartono, e nel frattempo sottraggono alloggi alla residenza stabile. L’altro è permanente e povero: gli abitanti che restano tutto l’anno, mandano i figli a scuola, tengono aperte le strade la sera, e non compaiono nel corpo elettorale. Il primo è visibile nelle statistiche economiche e assai gradito; il secondo tiene in vita il quartiere ma pesa poco nelle decisioni. Se il patrimonio residenziale del centro continuerà a spostarsi verso il primo, il secondo verrà espulso, e il centro storico tornerà a svuotarsi — questa volta senza nessuno disposto a occuparne gli scarti.

Da limes a limen: le porte di una città che cambia abitanti

Le mura non sono un destino. La stessa struttura che in una fase storica ha protetto la città può assumere, in un’altra, una funzione differente: da limes, confine, a limen, soglia (Fiorelli, 2020). Una soglia continua a distinguere due spazi, ma rende possibile il passaggio; non cancella l’identità di ciò che sta dentro e non finge che interno ed esterno siano uguali. Organizza l’incontro. Applicata al centro storico contemporaneo, questa prospettiva consente di superare una falsa alternativa: la città non deve scegliere fra conservare la propria specificità e riconoscere chi la abita oggi.

Il primo livello è abitativo, ed è il più urgente. Un centro che si svuota di residenti e si riempie di alloggi turistici ha bisogno di strumenti espliciti: incentivi a chi affitta a residenti stabili, recupero di immobili sfitti vincolato alla residenza, procedure più rapide e prevedibili per gli interventi su edifici tutelati di minore pregio, una regolazione seria delle locazioni brevi. Senza case abitabili a costi sostenibili non esiste alcuna politica per il centro storico, né per i viterbesi né per chi è arrivato da fuori.

Il secondo livello è commerciale. La gestione attiva dei locali sfitti — censimenti, canoni concordati, distretti del commercio, accordi fra proprietà e imprenditori — è la leva indicata anche dalle analisi di categoria. Vale la pena aggiungere che a Viterbo una parte della domanda di locali esiste già, e viene dalle 351 imprese aperte da cittadini di origine straniera: riconoscerla come commercio di prossimità, e non come fenomeno separato, è la scelta amministrativa più semplice e meno costosa a disposizione.

Il terzo livello è civico, ed è quello su cui una città può fare la differenza senza attendere norme nazionali. Consulte, sportelli, corsi di lingua, associazioni miste, patti di collaborazione per la cura degli spazi pubblici, scuole come luoghi di incontro fra famiglie: sono strumenti ordinari, che riducono la lunghezza dell’apprendistato dell’appartenenza. L’inclusione funziona meglio quando non è chiesta come dichiarazione astratta di disponibilità, ma costruita attorno a interessi concreti e condivisi.

Il quarto livello è narrativo, e riguarda il modo in cui la città racconta sé stessa. Viterbo dispone di una memoria che non è affatto una memoria di chiusura pura: l’assedio del 1243 racconta una comunità capace di organizzarsi davanti a una crisi, non l’ostilità verso chi sta fuori; la sua patrona è una giovane esiliata e poi riaccolta (Vauchez, 2015). Una città che ha fatto del rientro di un’espulsa il centro della propria identità religiosa e civile possiede, nella propria storia, il precedente esatto di ciò che le sta accadendo. Può usarlo, oppure ignorarlo.

La domanda conclusiva, dunque, non è se il centro storico di Viterbo si ripopolerà: si sta già ripopolando, mentre lo si descrive come vuoto. La domanda è se la città riconoscerà come propri gli abitanti che lo stanno ripopolando, o continuerà a contarli come ospiti in un luogo che, senza di loro, sarebbe semplicemente disabitato. Il passaggio da limes a limen indica precisamente questa possibilità: conservare il limite, ma trasformarlo in una porta.

Fonti e riferimenti

Buzzi, L. M. (2026, 10 aprile). «Centro storico: palazzi chiusi, appartamenti vuoti, tetti che crollano, attività che se ne vanno…» [Lettera aperta].

Uila Viterbo. (2026, aprile). Cittadini stranieri nella Tuscia e nei campi di Viterbo [Elaborazione su dati Istat, Camera di commercio e #mapparoma].

Confcommercio. (2026). Progetto Cities. Demografia d’impresa nelle città italiane, 2012-2025 [Dati su Viterbo].

Fiorelli, A. (2020). Il recupero dei centri storici e il ruolo delle cinte murarie [Contributo di ricerca]. Sapienza Università di Roma.

Giordano, P. (2026, 10 febbraio). Il cuore vuoto della città. Viterbo e la desertificazione del centro storico: diagnosi e cure possibili. La Fune.

Melinelli, S. (2026, 16 marzo). Scuola socio-politica «Mario Fani», incontro sulla città che accoglie. NewTuscia.

Rava, E., & Sedda, F. (2023). Rorarunt coeli. La liturgia di santa Rosa da Viterbo. ACTA ad archaeologiam et artium historiam pertinentia, 35(21 n.s.), 1-12.

Tomassi, F. (2026, 13 marzo). Una città… casa di tutti. Poveri, fragili, migranti [Relazione, elaborazione dati Istat e anagrafe comunale]. Istituto teologico di Viterbo, Scuola di sensibilizzazione socio-politica «Mario Fani».

Vauchez, A. (2015). Rosa da Viterbo. Una santa per la città. Centro Studi Santa Rosa da Viterbo.

Articolo di Nello Fiandri

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