Venerdì 16 ottobre 2026Anno I · Edizione online

Viterbo, dentro le mura: spazio, assedio e memoria di una città murata

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Porta Romana e le mura medievali di Viterbo

Premessa

Questa riflessione non intende sostenere che una cinta muraria possa determinare in modo diretto il comportamento di chi vive al suo interno, né attribuire a una comunità un carattere immutabile. Propone invece un’ipotesi di lettura storica: la forma della città, la memoria ripetuta del conflitto e la forza dell’appartenenza civica possono avere alimentato, nel lungo periodo, una cultura del confine. Il punto non è stabilire se Viterbo sia per natura chiusa o inospitale, ma comprendere come abbia imparato a distinguere il dentro dal fuori, e attraverso quali esperienze quella distinzione sia diventata un elemento stabile dell’immagine che la città produce di sé. Le pagine che seguono si fermano sul versante storico della questione: la città murata come forma mentale, l’assedio del 1243 e la costruzione della santa cittadina. Le implicazioni contemporanee sono affrontate in un testo separato.

La strada sotto l'arco del Palazzo dei Papi verso valle Faul
La strada che scende sotto l’arco del Palazzo dei Papi verso valle Faul: uno dei passaggi in cui la città alta si affaccia su quello che sta sotto.

Il dentro e il fuori: la città murata come forma mentale

Una città murata non è soltanto una città protetta.

La costruzione di una cinta stabilisce materialmente un confine e, nel momento stesso in cui lo rende visibile, introduce una distinzione: esiste uno spazio interno e ne esiste uno esterno. Il primo è delimitato, riconoscibile e amministrato; il secondo comincia oltre la porta e appartiene, almeno in origine, a una dimensione meno controllabile. Il recinto nasce quindi come dispositivo difensivo, ma finisce inevitabilmente per assumere anche un significato sociale e culturale.

Porta di Pianoscarano Porta Murata Porta Fiorita Porta Faul Porta San Pietro Porta della Verità Porta di Valle Porta San Simeone Porta Romana Porta San Leonardo Porta San Marco Porta Fiorentina Il perimetro e le sue soglie 4,86 km di cinta muraria e le dodici porte che portano ancora un nome.
La forma del dentro. Il tracciato reale della cinta muraria di Viterbo, 4,86 chilometri, con le porte che portano ancora un nome. Ogni pallino è un punto in cui il confine si apre — e in cui, per secoli, qualcuno ha deciso chi poteva passare. Geometrie: OpenStreetMap (ODbL).

L’organizzazione dello spazio implica sempre una forma di delimitazione. Abitare un luogo significa riconoscerlo, appropriarsene e renderlo leggibile attraverso confini che separano porzioni differenti di territorio. Il limite più efficace è quello concreto e visibile, perché consente di individuare immediatamente dove termina uno spazio conosciuto e dove ne comincia un altro. Prima ancora di difendere, dunque, il muro ordina (George, 1975).

Il gesto del delimitare può essere considerato uno degli atti originari dell’abitare. Il recinto distingue un dentro ordinato, controllato e sicuro da un fuori aperto e meno conosciuto. Questa separazione non rimane confinata alla materia: ripetuta nella lunga durata, contribuisce a costruire il modo in cui una comunità percepisce sé stessa e lo spazio circostante (Casolino, 2023).

Il recinto nasce come dispositivo difensivo, ma finisce per assumere anche un significato sociale e culturale.

Nel Medioevo questa contrapposizione acquista una forza ancora maggiore. Le mura non delimitano semplicemente un agglomerato di edifici: racchiudono una comunità politica, un sistema di regole, luoghi di culto, mercati, abitazioni, poteri e appartenenze. Lo spazio medievale è perciò anche uno spazio identitario, fondato sulla dicotomia tra la città e ciò che si trova al suo esterno (Casolino, 2023). La città esiste, in una certa misura, proprio perché può riconoscere il proprio limite.

Viterbo offre un caso particolarmente interessante perché questo limite è rimasto eccezionalmente leggibile. La cinta medievale, realizzata attraverso un lungo processo compreso indicativamente fra il 1095 e il 1270, conserva un circuito di circa quattro chilometri (Fiorelli, 2020). A differenza di altre città, nelle quali l’espansione moderna ha cancellato o reso quasi impercettibile l’antico perimetro, a Viterbo il passaggio attraverso una porta mantiene un’evidenza immediata: si entra e si esce.

Lo spazio abitato partecipa alla formazione dell’identità collettiva; la permanenza nel paesaggio di un confine così forte continua a rappresentare, anche simbolicamente, l’esistenza di un interno e di un esterno. Le mura diventano così una componente stabile dell’immagine che la città produce di sé.

Le mura possono essere considerate la «pelle della città antica»: il punto nel quale interno ed esterno si incontrano e lo scambio può essere favorito, regolato oppure impedito. Il confine, pertanto, non è soltanto una barriera. È anche il luogo nel quale si misura la capacità della città di entrare in rapporto con ciò che la circonda (Fiorelli, 2020).

La prima ipotesi da cui partire è che la lunga permanenza di un confine fisicamente così evidente abbia contribuito a rendere particolarmente forte la percezione dell’appartenenza. Non necessariamente una città ostile verso chi arriva da fuori, ma una città nella quale la distinzione tra chi è dentro e chi viene da fuori può aver conservato un peso culturale maggiore che altrove. Questa distinzione diventa ancora più incisiva quando il confine non è soltanto osservato, ma viene attaccato e difeso.

Torre medievale in via Orologio Vecchio a Viterbo
Una delle torri medievali rimaste nel centro, in via Orologio Vecchio: dentro le mura si costruì anche in altezza.

Una città che ha imparato a chiudersi: l’assedio di Federico II

L’assedio del 1243 è l’episodio nel quale la distinzione fra dentro e fuori assume la forma più netta, ma sarebbe riduttivo rappresentare come lo scontro lineare tra una città unita e un aggressore esterno. Viterbo era attraversata dalla contrapposizione tra guelfi e ghibellini e oscillava tra Papato e Impero nel tentativo di difendere le proprie libertà comunali. La minaccia, pertanto, non proveniva soltanto da oltre le mura: attraversava la città, le famiglie dominanti e gli stessi luoghi del potere.

Nel 1243 la rivolta della componente guelfa, sostenuta dal cardinale Raniero Capocci, costrinse il rappresentante imperiale e le sue forze a riparare nel castello di San Lorenzo. Prima che l’esercito di Federico II giungesse sotto Viterbo, la città stava già assediando una roccaforte situata al proprio interno. Il quadro che emerge dalle fonti è quello di una comunità obbligata a sorvegliare contemporaneamente due fronti: l’esercito imperiale all’esterno e gli uomini asserragliati nel castello all’interno. Il muro non separava più in modo rassicurante due campi distinti; il conflitto aveva oltrepassato il confine e si era installato nel cuore della città (Pinzi, 1887; Rubini, 2021).

Il conflitto aveva oltrepassato il confine e si era installato nel cuore della città.

La cronaca coeva colloca l’assedio tra i primi giorni di ottobre e il 10 novembre 1243 e lo collega alla rivolta contro l’autorità imperiale. Federico II avanzò su Viterbo con un esercito consistente, fece preparare macchine da guerra e tentò di piegare la resistenza cittadina. Le fortificazioni divennero il luogo concreto della sopravvivenza collettiva: furono rafforzate, presidiate e utilizzate come piattaforma difensiva. Il racconto attribuisce un ruolo attivo non soltanto alle milizie, ma anche alla popolazione e alle donne viterbesi, impegnate nel sostegno alla difesa (Rubini, 2021).

Il fallimento dell’assalto imperiale consegnò alla memoria locale un’immagine potente: una città capace di resistere perché raccolta entro il proprio perimetro. Tuttavia, l’esito militare non eliminò la vulnerabilità. Dopo il ritiro di Federico, le forze imperiali continuarono a operare nel territorio, con incursioni, rappresaglie e devastazioni. I campi divennero difficili da coltivare, le vie di comunicazione insicure e gli approvvigionamenti sempre più problematici. Il nemico non doveva necessariamente superare le mura per colpire la città; poteva isolarla, logorarne il territorio e impedirle di rifornirsi.

Le conseguenze si manifestarono con particolare durezza nel 1246. Due raccolti erano venuti meno; l’interruzione delle vie e le continue scorrerie impedivano di procurare granaglie all’esterno; le scorte erano ormai esaurite. La carestia investì profondamente la popolazione e, durante l’inverno 1246-1247, molte porte furono murate, lasciando aperti soltanto due accessi per rendere difendibile una città spopolata e indebolita (Pinzi, 1887).

È in questa sequenza che l’assedio assume un valore ulteriore. La chiusura non appare come un riflesso irrazionale, ma come una risposta concreta a un’esperienza nella quale l’apertura poteva significare infiltrazione, perdita di controllo, interruzione dei rifornimenti o attacco. La sicurezza dipendeva dalla capacità di riconoscere chi poteva entrare, di custodire le porte e di stringere le relazioni interne.

L’episodio del 1243 racconta una città che teme anche la frattura interna e che, proprio per questo, può attribuire grande importanza alla lealtà, all’appartenenza e alla riconoscibilità delle parti. La distinzione decisiva non è sempre fra viterbesi e non viterbesi: è fra chi è considerato affidabile e chi può mettere in pericolo l’equilibrio del gruppo. La porta fisica finisce così per suggerire una porta sociale, custodita da criteri di riconoscimento che possono sopravvivere ben oltre la loro originaria necessità militare.

Santa Rosa: l’esilio, Federico II e la costruzione della santa della città

La figura di santa Rosa si colloca nello stesso clima di conflitto, ma richiede una distinzione rigorosa tra vicenda storica e costruzione successiva della memoria. Rosa visse nella prima metà del Duecento, quando Viterbo cercava di preservare la propria autonomia oscillando fra Papato e Impero. Fu una giovane laica penitente di orientamento francescano, attiva nello spazio pubblico della città, e venne esiliata insieme alla famiglia dalle autorità legate alla parte ghibellina. Le fonti la rappresentano come sostenitrice della Chiesa e collegano la sua esperienza profetica alla morte di Federico II (Rava & Sedda, 2023; Vauchez, 2015).

Rosa è dunque realmente coinvolta nelle tensioni politiche e religiose del suo tempo, ma non nel modo più spettacolare che la tradizione le ha successivamente attribuito. La cronaca dell’assedio del 1243 menziona una puella novennalis, una bambina di nove anni che avrebbe portato pietre ai difensori e sarebbe stata ferita da una freccia. Non vi sono però elementi che consentano di identificarla con Rosa. Questa identificazione nasce nell’ambiente viterbese rinascimentale e si consolida soprattutto tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, fino a produrre l’immagine della santa guerriera (Rava & Sedda, 2023; Sapio, 2021).

La precisazione non indebolisce il legame tra Rosa e le mura; al contrario, lo rende più interessante. Se la presenza della santa sui bastioni non è un fatto accertato, diventa significativo che la città abbia progressivamente sentito il bisogno di collocarla proprio lì. La memoria collettiva non si limita a conservare il passato: lo seleziona, lo ordina e gli attribuisce una forma capace di rappresentare la comunità nel presente.

La bambina che difende le mura riunisce in un’unica figura innocenza, coraggio, fede e appartenenza. Trasformare Rosa nella puella guerriera significa farne il corpo simbolico della città assediata: fragile nelle dimensioni, ma irriducibile; minacciata dall’esterno, ma capace di opporsi; religiosa, ma pienamente inserita nella lotta civile. La santa diventa così una sintesi ideale di Viterbo e della maniera in cui Viterbo desidera raccontare sé stessa.

Questo processo rientra nel fenomeno della «religione civica». Nella civiltà comunale, il culto patronale non appartiene soltanto alla sfera privata della devozione, ma partecipa alla costruzione dell’identità ufficiale della città. Il santo protegge la comunità, ne rappresenta la continuità oltre l’alternarsi dei governanti e contribuisce a sacralizzarne lo spazio. Nel caso viterbese, il culto di Rosa coinvolge nel tempo popolazione, istituzioni comunali e luoghi urbani, fino a rendere la santa una presenza quotidiana e diffusa (Vauchez, 2015).

Esiste, inoltre, un paradosso particolarmente fecondo. Rosa viene prima espulsa da Viterbo e poi assunta da Viterbo come una delle massime espressioni della propria identità. La giovane respinta dalle autorità rientra simbolicamente nella città e ne diventa custode. L’esilio, cioè il passaggio forzato dal dentro al fuori, è seguito da una reintegrazione tanto potente da trasformarla in patrona e concittadina perenne. La comunità finisce per riconoscersi proprio in colei che, per un tratto della sua vita, non aveva voluto accogliere.

La città ha scelto come propria patrona una giovane che aveva espulso.

Anche la tradizione processionale rafforza questo rapporto. Le celebrazioni non mantengono la santa immobile in un luogo separato, ma la inseriscono nello spazio urbano e rinnovano periodicamente il legame fra culto, istituzioni e cittadinanza. La memoria religiosa diventa così una pratica di appartenenza: la città si riconosce mentre partecipa, attraversa le strade e occupa collettivamente il proprio spazio (Vauchez, 2015).

Santa Rosa non deve quindi essere utilizzata come prova storica di una Viterbo eternamente assediata. È piuttosto un osservatorio privilegiato su come la città ha elaborato il conflitto. La sovrapposizione tra la giovane esiliata, la profetessa antighibellina e la bambina sulle mura mostra come storia, liturgia e racconto civico abbiano costruito un’immagine condivisa. Viterbo non ha soltanto ricordato le proprie mura: vi ha posto sopra la propria santa, trasformando la difesa della città in un elemento della sua identità religiosa.

Porta della Verità a Viterbo, attraversata dal traffico
Porta della Verità oggi: il varco è rimasto, la funzione per cui era stato costruito no.

Che cosa resta di una cinta muraria

Le tre vicende considerate non dimostrano l’esistenza di un carattere viterbese. Documentano però un apprendimento. Una cinta rimasta leggibile per secoli ha mantenuto viva la percezione di un interno e di un esterno; un assedio che aveva il nemico davanti alle porte e dentro le mura ha insegnato che la sicurezza dipende dalla capacità di riconoscere chi può entrare; una carestia che costrinse a murare gli accessi ha mostrato quanto la chiusura potesse essere, in certe condizioni, una scelta ragionevole.

La distinzione decisiva, del resto, non fu quasi mai fra viterbesi e non viterbesi. Fu fra chi era considerato affidabile e chi poteva mettere in pericolo l’equilibrio del gruppo. È una distinzione che non richiede pietre per continuare a funzionare: la porta fisica suggerisce una porta sociale, custodita da criteri di riconoscimento capaci di sopravvivere ben oltre la loro necessità militare.

La vicenda di Rosa aggiunge a questo quadro un elemento che vale la pena trattenere. La città ha scelto come propria patrona una giovane che aveva espulso, e ne ha poi collocato l’immagine sulle mura che difese senza esservi mai salita. L’esilio e il rientro convivono nello stesso simbolo. Viterbo custodisce dunque, nel cuore della propria memoria religiosa e civile, il precedente di un confine che si riapre.

Resta aperta una domanda che questo testo non affronta: che cosa accade a un recinto quando la minaccia che lo aveva giustificato scompare, e a svuotarsi non è più il territorio intorno alle mura ma lo spazio racchiuso al loro interno?

Bibliografia

Casolino, G. (2023). Paesaggi fortificati, valori da difendere. Verso una rigenerazione dei “Paesaggi Perduti” [Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste e Università degli Studi di Udine].

Fiorelli, A. (2020). Il recupero dei centri storici e il ruolo delle cinte murarie [Contributo di ricerca]. Sapienza Università di Roma.

George, P. (1975). L’organizzazione sociale ed economica degli spazi terrestri (T. Isenburg, a cura dell’edizione italiana). FrancoAngeli.

Pinzi, C. (1887). Storia della città di Viterbo illustrata con note e nuovi documenti in gran parte inediti (Vol. 1). Tipografia della Camera dei Deputati.

Rava, E., & Sedda, F. (2023). Rorarunt coeli. La liturgia di santa Rosa da Viterbo. ACTA ad archaeologiam et artium historiam pertinentia, 35(21 n.s.), 1-12. https://doi.org/10.5617/acta.11392

Rubini, J. (2021). Viterbo 1243. L’aquila e il leone. L’assedio federiciano nella cronaca del Cardinal Capocci. Edizioni Sette Città.

Sapio, A. (2021). S. Rosa non fu sulle mura. La leggenda della Puella guerriera. In J. Rubini, Viterbo 1243. L’aquila e il leone. L’assedio federiciano nella cronaca del Cardinal Capocci (pp. 195-210). Edizioni Sette Città.

Vauchez, A. (2015). Rosa da Viterbo. Una santa per la città. Centro Studi Santa Rosa da Viterbo.

Articolo di Nello Fiandri

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