Per i lettori meno distratti, consigliamo di leggere o ri-leggere due libri che, già nel titolo e sotto diverse angolazioni, ci spiegano il “pressappoco”, un male molto difficilmente curabile:
- Raffaele Simone, Il paese del pressappoco, Garzanti Elefanti, 2007;
- Vittorino Andreoli, La società del pressappoco. La malattia dell’uomo moderno, Solferino, 2024.
Nessuno dei due autori è architetto ma ambedue si interrogano sulle condizioni delle città e sulla psicologia che sottende la formazione della società attuale.
Con una lucidità sconcertante Raffaele Simone, descrivendo le città italiane e in particolare riferendosi alle periferie, ci dice: «Sono le più brutte del mondo avanzato. Sono basse, racchie, buie o male illuminate, arredate malissimo, avviate a un mesto declino architettonico, sociale e culturale, come è ormai sotto gli occhi di tutti… Quelle di Parigi o di Madrid somigliano per aspetto, per clima, per arredo, alla città a cui appartengono: si ha pur sempre l’impressione di essere a Parigi o a Madrid. Quelle del nostro Paese non sembrano invece affatto un’estensione coerente della città a cui appartengono, ma sono entità a parte, aliene, altre: passando alla periferia la città precipita si sfigura anche nell’aspetto architettonico…».
L’esempio di Viterbo, piccola realtà urbana che comprende uno dei centri storici più deliziosi e interessanti, calza a pennello: i quartieri della periferia non hanno niente a che vedere con il suo centro storico; gironzolando in periferia non si ha affatto la sensazione di essere a Viterbo ma in qualsiasi anonima parte urbana di ordinaria città. E tralasciamo, per carità di Patria, la qualità edilizia: solo agglomerati per abitare/risiedere/dormire (e scappare via al più presto), molto spesso con infrastrutture al limite degli standard obbligatori (viabilità, verde, parcheggi, scuole, servizi commerciali, ecc.).
D’altra parte le ragioni della formazione delle periferie (alle quali tutti, nessuno escluso, soprattutto i politici e gli architetti, dovrebbero porre la massima attenzione e applicazione d’idee e di progetti veri e propri, perché le periferie sono la vera scommessa del futuro della città) nasce da alcune decisive carenze. Sostiene Andreoli: «La politica, in particolare quella italiana, è l’ambito in cui la stupidità non genera vergogna, ma al contrario viene esibita. E la promozione del sapere non trova alcuna considerazione. Nella storia della nostra democrazia, un partito si era identificato con lo slogan “con la cultura non si mangia”… È veramente straordinario, e drammatico allo stesso tempo, che, con l’aumentare del livello di ignoranza, scompaiano progressivamente la capacità critica e il dubbio, lasciando il posto all’arroganza e al delirio, a cui mancano dubbio e critica».
Con tali limitatissimi orizzonti sono sorte le nuove cubature, incongrue e modeste, degli ultimi quaranta anni almeno delle parti di bordo delle realtà urbane. Ma ripartendo da esse, considerando tutto ciò che manca in queste realtà, si dovrà cominciare davvero a ripensare le città.
Foto: Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons.





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