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La competizione che fa ansia: quando confrontarsi con gli altri diventa un problema

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3 min di lettura

Corsie di una pista di atletica vuota, luce calda al tramonto

La competizione è ovunque: a scuola, sul lavoro, nello sport, sui social. Viene spesso presentata come il motore che ci spinge a dare il meglio di noi. Ma un numero crescente di studi psicologici racconta un’altra faccia della medaglia: un confronto costante con gli altri, quando diventa la norma invece dell’eccezione, può trasformarsi in una fonte cronica di ansia — e persino peggiorare le prestazioni che dovrebbe migliorare.

Il corpo sotto pressione

Le situazioni competitive attivano nel corpo la stessa risposta allo stress che scatta di fronte a un pericolo reale: aumento del cortisolo, battito cardiaco accelerato, attenzione ristretta sulla minaccia — in questo caso, il rischio di perdere o di fare una brutta figura. Nella dose giusta, questa attivazione può aiutare la concentrazione. Ma quando il confronto è continuo — un voto dopo l’altro, una classifica dopo l’altra — il corpo non ha mai il tempo di tornare a uno stato di riposo, e lo stress diventa cronico.

Il paragone che logora

Lo psicologo Leon Festinger, già negli anni Cinquanta, descrisse quella che chiamò «teoria del confronto sociale»: tendiamo naturalmente a valutare noi stessi confrontandoci con gli altri, soprattutto quando mancano metri di giudizio oggettivi. Il problema è che la competizione strutturata — una gara, una classifica, un ranking — rende quel confronto costante e pubblico, invece che occasionale e privato. E il confronto sociale continuo è uno dei meccanismi psicologici più legati ad ansia, bassa autostima e insoddisfazione personale.

Motivazione vera e motivazione da paragone

La teoria dell’autodeterminazione di Edward Deci e Richard Ryan distingue tra motivazione intrinseca — fare qualcosa perché ci appassiona o ci fa crescere — e motivazione estrinseca, legata a premi, voti, classifiche. La ricerca su questo filone suggerisce che quando il “vincere sugli altri” diventa il motivo principale per impegnarsi in qualcosa, la motivazione intrinseca tende a ridursi: si finisce per fare le cose per battere qualcuno, non più per il piacere di farle bene.

Non è la competizione in sé

Va detto con onestà: non ogni forma di confronto è dannosa. Una sana competizione — quella che nasce dal gioco, dal miglioramento rispetto a se stessi più che dal superare gli altri, con regole chiare e la possibilità reale di perdere senza conseguenze gravi — può essere stimolante e persino divertente. Il problema nasce quando la competizione diventa l’unico registro possibile: quando ogni interazione, a scuola come al lavoro, viene letta in termini di chi vince e chi perde, senza spazio per la cooperazione o per il valore di un impegno che non produce un vincitore.

Un’altra domanda da farsi

Forse la domanda utile non è “come posso essere più competitivo”, ma “questo confronto mi sta aiutando a crescere, o mi sta solo facendo paragonare — e soffrire?” Distinguere tra le due cose, nella scuola dei figli, sul lavoro, nella vita di ogni giorno, è probabilmente un esercizio più utile di qualsiasi classifica.

Fonti: L. Festinger, «A Theory of Social Comparison Processes», 1954; E. Deci e R. Ryan, teoria dell’autodeterminazione (Self-Determination Theory).

Immagine di apertura generata con intelligenza artificiale, non una fotografia.

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