La grande centralità medievale e la sua perdita
Viterbo conosce una fase eccezionale tra XII e XIII secolo. La presenza della Curia pontificia porta nella città papi, cardinali, diplomatici, mercanti, artisti e viaggiatori. È una città inserita in circuiti internazionali.
Questa centralità però non nasce da una trasformazione economica autonoma della città: è fortemente legata alla presenza del potere pontificio.
Quando la Curia si trasferisce ad Avignone nel 1309, Viterbo perde una parte fondamentale della sua funzione politica ed economica.
Questo è probabilmente il primo elemento da tenere presente: una città che aveva conosciuto una straordinaria apertura internazionale subisce poi una lunga perdita di centralità.
Il lungo periodo nello Stato della Chiesa
Dopo la stagione comunale e le lotte medievali, Viterbo rimane per secoli all’interno dello Stato Pontificio.
Questo significa che la città non sviluppa una propria autonomia politica paragonabile a quella di altre città italiane che diventano capitali di Stati regionali o importanti repubbliche commerciali.
Non è Firenze. Non è Siena. Non è Bologna.
Per secoli Viterbo è una città periferica rispetto a un grande centro di potere esterno.
Questo può aver favorito una cultura istituzionale maggiormente orientata alla stabilità e alla dipendenza dai poteri amministrativi, anche se sarebbe eccessivo affermare che questo determini automaticamente il carattere dei suoi abitanti.
La marginalità geografica ed economica
Questo è probabilmente ancora più importante.
Viterbo si trova in una posizione relativamente vicina a Roma, ma contemporaneamente fuori dai grandi assi di sviluppo economico che interessano altre parti dell’Italia.
La vicinanza a Roma ha avuto un effetto ambivalente: da una parte rappresenta un enorme vantaggio; dall’altra può aver contribuito a mantenere Viterbo in una posizione subordinata rispetto alla capitale.
Per molto tempo la città rimane prevalentemente legata a agricoltura, piccole attività commerciali e amministrazione.
Non si sviluppa una grande borghesia industriale paragonabile a quella di altre aree italiane.
E questo è fondamentale quando parliamo di innovazione: l’innovazione economica non nasce soltanto dalla mentalità, ma da strutture economiche che la rendono necessaria.
La mancata industrializzazione
Questo è forse il punto più interessante.
L’Italia settentrionale conosce tra XIX e XX secolo una trasformazione radicale: industria, banche, infrastrutture, grandi imprese, urbanizzazione, nuove classi sociali.
Viterbo rimane invece relativamente estranea a questo processo.
La provincia conserva a lungo una struttura prevalentemente agricola e caratterizzata da piccole aziende.
Questo produce una conseguenza culturale importante: il modello economico vincente non è necessariamente quello della crescita attraverso innovazione e investimento, ma quello della conservazione e della continuità.
Non perché i viterbesi siano “conservatori per natura”, ma perché per generazioni non hanno avuto la stessa pressione economica alla trasformazione presente in altri territori.
Il rapporto particolare con la proprietà della terra
Qui entriamo in un aspetto storico-sociale molto interessante.
Il territorio viterbese è stato caratterizzato a lungo da una forte presenza della grande proprietà fondiaria e, contemporaneamente, da una moltitudine di piccoli coltivatori e mezzadri.
La terra rappresentava non soltanto un fattore produttivo, ma sicurezza, identità e patrimonio familiare.
In una società dove il patrimonio principale è qualcosa che si conserva e si trasmette, il rischio viene inevitabilmente percepito diversamente rispetto a una società imprenditoriale-industriale.
È una differenza culturale profonda:
patrimonio → conservare contro capitale → investire per farlo crescere.
Naturalmente nella realtà le due cose possono coincidere, ma storicamente producono atteggiamenti differenti.
L’Unità d’Italia e la permanenza di una posizione periferica
Con l’annessione al Regno d’Italia nel 1870, Viterbo perde definitivamente il ruolo particolare che aveva avuto nello Stato Pontificio.
Roma diventa la capitale nazionale e assorbe progressivamente funzioni, risorse e centralità.
Viterbo rimane relativamente vicina a Roma, ma non diventa un vero polo alternativo.
Questo crea una situazione abbastanza particolare: abbastanza vicina alla capitale da subirne l’attrazione, ma non abbastanza forte da competere con essa.
E questa condizione di perifericità si ripropone, in forme diverse, anche nel Novecento.
Quindi, se dovessimo formulare una prima ipotesi storica molto prudente, io non direi:
“I viterbesi sono tradizionalisti.”
Direi:
“La lunga storia di Viterbo è caratterizzata da una straordinaria apertura internazionale durante la fase della centralità pontificia medievale, seguita da secoli di progressiva marginalizzazione politica ed economica. La permanenza nello Stato Pontificio, la prevalenza dell’economia agricola, la debole industrializzazione e la vicinanza subordinata a Roma hanno contribuito alla formazione di una società nella quale la conservazione e la continuità hanno avuto storicamente un peso maggiore rispetto alla spinta alla trasformazione.”





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