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Depressione, la malattia che spesso non si vede: riconoscerla e chiedere aiuto senza vergogna

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Depressione, la malattia che spesso non si vede: riconoscerla e chiedere aiuto senza vergogna

Opinione — un contributo di Luca Sarcone.

Può alzarsi ogni mattina, andare al lavoro, incontrare gli amici e pubblicare sui social fotografie sorridenti. Può apparire efficiente, socievole e perfino allegra. Eppure, una volta rimasta sola, quella stessa persona può sentirsi vuota, stanca e incapace di immaginare un futuro.

La depressione non sempre ha il volto che ci aspettiamo. Non coincide necessariamente con il pianto, l’isolamento totale o l’impossibilità di alzarsi dal letto. Alcune persone continuano a svolgere le attività quotidiane nascondendo agli altri, e talvolta anche a sé stesse, una sofferenza profonda.

È anche per questo che la depressione viene sottovalutata, scambiata per pigrizia, debolezza o mancanza di volontà. Chi ne soffre può impiegare mesi prima di riconoscere il problema e chiedere aiuto, frenato dalla vergogna e dalla paura di essere giudicato.

Non è semplice tristezza

Essere tristi dopo una perdita, una delusione o un periodo difficile è una risposta umana. La depressione clinica è invece una condizione che persiste nel tempo, compromette il funzionamento quotidiano e richiede una valutazione professionale.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa 332 milioni di persone convivono con un disturbo depressivo, pari a circa il 4% della popolazione mondiale. La depressione è più frequente tra le donne, ma può colpire persone di qualsiasi genere, età e condizione economica.

In Italia la sorveglianza PASSI dell’Istituto superiore di sanità rileva che nel biennio 2023-2024 poco più del 6% degli adulti ha riferito sintomi depressivi accompagnati da una compromissione del benessere. Tra gli over 65 la quota arriva al 9%.

Il dato generale appare relativamente stabile o in lieve diminuzione, ma nasconde differenze importanti. L’ISS segnala infatti un aumento dei sintomi depressivi tra i giovani di età compresa tra 18 e 34 anni.

Anche il quadro europeo mostra un peggioramento. Secondo l’Ocse, la prevalenza dei disturbi depressivi maggiori nei Paesi dell’Unione europea è passata dal 2,4% nel 2019 al 3,1% nel 2023. Nell’Europa meridionale l’aumento stimato è stato dal 2,5 al 3,2%.

Questi numeri non sono perfettamente sovrapponibili: alcuni studi misurano diagnosi cliniche, altri sintomi riferiti dagli intervistati. Tutti, però, indicano che la sofferenza psicologica riguarda una parte consistente della popolazione.

I segnali da non ignorare

La diagnosi può essere formulata soltanto da un professionista. Alcuni segnali, soprattutto se presenti quasi ogni giorno per almeno due settimane, dovrebbero però spingere a chiedere una valutazione:

  • tristezza persistente, senso di vuoto o irritabilità;
  • perdita di interesse per attività prima considerate piacevoli;
  • stanchezza e mancanza di energia;
  • difficoltà di concentrazione e nel prendere decisioni;
  • alterazioni importanti del sonno;
  • perdita o aumento dell’appetito;
  • senso di colpa, inutilità o fallimento;
  • rallentamento oppure agitazione insolita;
  • isolamento dalle persone vicine;
  • trascuratezza nella cura personale;
  • calo del rendimento scolastico o lavorativo;
  • pensieri ricorrenti sulla morte o sul desiderio di scomparire.

Nei giovani la depressione può manifestarsi anche attraverso rabbia, irritabilità, ritiro sociale, assenze scolastiche, abuso di alcol o sostanze, comportamenti impulsivi e perdita improvvisa di interesse per il futuro.

Non tutti presentano gli stessi sintomi. Alcune persone mantengono una vita apparentemente normale e utilizzano il lavoro, l’ironia o i social per nascondere il proprio malessere. L’espressione “depressione sorridente” non indica una diagnosi medica specifica, ma descrive efficacemente questa distanza tra l’immagine pubblica e la realtà privata.

La società contemporanea ci rende più depressi?

Non esiste un’unica causa. La depressione nasce dall’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. Predisposizione individuale, traumi, lutti, malattie fisiche, solitudine, precarietà economica, violenza, discriminazione e assenza di sostegno possono contribuire al suo sviluppo.

La pandemia ha aggravato molte fragilità. Nel suo primo anno, secondo l’Oms, la diffusione mondiale di ansia e depressione è aumentata del 25%.

La crisi non è però iniziata con il Covid. Un rapporto Ocse del 2026 rileva che la salute mentale dei giovani stava peggiorando già prima della pandemia. Pressione scolastica, difficoltà economiche, precarietà lavorativa, costo delle abitazioni, bullismo, cyberbullismo e minore fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione sono indicati tra i fattori più rilevanti.

Anche la solitudine pesa. Secondo l’Oms, tra il 17 e il 21% delle persone di età compresa tra 13 e 29 anni riferisce di sentirsi sola, con percentuali particolarmente elevate tra gli adolescenti.

I social network non possono essere considerati automaticamente la causa della depressione. Possono creare relazioni e offrire sostegno, ma un uso problematico può intensificare il confronto continuo con vite apparentemente perfette, il bisogno di approvazione, il cyberbullismo e la paura di essere esclusi.

La vetrina digitale mostra quasi sempre una parte selezionata dell’esistenza. Un sorriso pubblicato non è una certificazione di benessere.

“È davvero malato o sta cercando un vantaggio?”

La depressione può comportare assenze dal lavoro, limitazioni temporanee e necessità di cure. Questo alimenta talvolta il sospetto che venga utilizzata come scusa per ottenere certificati, esenzioni o altri vantaggi.

Come per qualsiasi patologia, singoli casi di simulazione possono esistere. Non ci sono però dati affidabili che consentano di affermare che la depressione venga “spesso” inventata dai lavoratori. Una certificazione sanitaria non dipende dalla semplice dichiarazione dell’interessato, ma dalla valutazione e dalla responsabilità di un medico.

Giudicare una persona dall’esterno è particolarmente rischioso. Il fatto che riesca a uscire, ridere o praticare uno sport non dimostra che sia in grado di sostenere regolarmente la pressione di un ambiente lavorativo. Allo stesso tempo, la depressione non dovrebbe diventare un’etichetta applicata senza diagnosi a ogni momento di stanchezza o tristezza.

La risposta non è sospettare di tutti né accettare qualsiasi autodichiarazione. È affidare diagnosi, certificazioni e cure a professionisti qualificati. Trattare ogni paziente come un potenziale simulatore può spingere chi soffre davvero a tacere e rinunciare alle cure.

Depressione e suicidio: i numeri italiani

La depressione aumenta il rischio di pensieri suicidari, ma il suicidio non è una conseguenza inevitabile della malattia. È un fenomeno complesso, nel quale possono concorrere diversi disturbi psichici, dipendenze, isolamento, crisi economiche, problemi familiari, dolore cronico ed eventi traumatici.

Nel mondo oltre 720mila persone muoiono ogni anno per suicidio. È la terza causa di morte nella fascia tra 15 e 29 anni.

In Italia i dati Istat mostrano 3.748 suicidi nel 2020, 3.870 nel 2021 e 3.934 nel 2022. Nel 2023 il numero è sceso a 3.741, pari a circa dieci persone al giorno. Quasi quattro vittime su cinque sono uomini.

Il calo del 2023 non permette di abbassare l’attenzione. Tra il 2020 e il 2021, infatti, l’incremento nella popolazione più giovane era stato del 16%, seguito da un ulteriore aumento nel 2022. Inoltre, per ogni suicidio esistono numerosi tentativi e molte più persone attraversate da pensieri di morte che non compaiono nelle statistiche.

Parlare direttamente con una persona dei suoi pensieri suicidari non le “mette idee in testa”. Chiedere con calma se stia pensando di farsi del male può invece aprire uno spazio di ascolto e consentire di attivare tempestivamente un aiuto.

Frasi come “pensa a chi sta peggio”, “devi reagire” o “ti manca solo la volontà” rischiano di aumentare il senso di colpa. È più utile ascoltare, non minimizzare, restare vicini e accompagnare la persona verso un medico o un servizio.

Chiedere aiuto non significa essere pazzi

Rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra non significa essere “pazzi”. Significa riconoscere un problema di salute e affidarsi a chi possiede gli strumenti per valutarlo.

Lo psicologo può svolgere valutazioni e interventi di sostegno; lo psicoterapeuta conduce percorsi terapeutici specifici; lo psichiatra è un medico e può diagnosticare, prescrivere farmaci quando indicati e seguire i quadri più complessi. Queste figure possono lavorare insieme.

Non tutte le depressioni richiedono farmaci e non tutte possono essere affrontate soltanto con la psicoterapia. Il trattamento dipende dalla gravità, dalla storia della persona e dalla presenza di altre condizioni. Le cure efficaci esistono, ma devono essere individuate individualmente.

Il primo passo può essere parlarne con il medico di famiglia. Chi non può permettersi un professionista privato può rivolgersi ai servizi del Sistema sanitario nazionale.

Nella provincia di Viterbo il Centro di salute mentale della ASL rappresenta la porta d’ingresso all’assistenza psichiatrica pubblica. È possibile presentarsi direttamente al CSM del proprio distretto oppure essere indirizzati dal medico di base. Il centro di Viterbo si trova alla Cittadella della Salute, in via Enrico Fermi 15, e risponde al numero 0761 236833.

La ASL dispone di CSM anche a Montefiascone, Tarquinia, Tuscania, Acquapendente, Bagnoregio, Canino, Montalto di Castro, Valentano, Orte, Soriano nel Cimino e negli altri distretti provinciali. I consultori familiari offrono inoltre prestazioni psicologiche gratuite, senza impegnativa e nel rispetto della riservatezza. Per bambini e adolescenti è presente il servizio di Tutela della salute mentale e riabilitazione dell’età evolutiva.

Quando non bisogna aspettare

Se una persona parla di suicidio, dice di non avere più ragioni per vivere, si sente in pericolo o teme di potersi fare del male, non dovrebbe restare sola. È necessario chiamare immediatamente il 112 o il 118, accompagnarla al Pronto soccorso oppure contattare il Centro di salute mentale.

È possibile anche chiamare Telefono Amico Italia al numero 02 2327 2327, tutti i giorni dalle 9 alle 24. Il servizio offre ascolto gratuito e riservato, ma non sostituisce l’intervento sanitario nelle emergenze.

La depressione tende a convincere chi ne soffre di essere solo, sbagliato e senza possibilità di cambiare. È la malattia a parlare, non una verità sulla persona.

Chiedere aiuto non è una resa. È spesso il primo gesto concreto con cui si comincia a uscirne.

Fonti principali: Oms sulla depressione, ISS sui sintomi depressivi in Italia, Istat sulle cause di morte nel 2023, Oms sul suicidio, Ocse sulla salute mentale giovanile, CSM della ASL di Viterbo, consultori della ASL di Viterbo, Telefono Amico Italia.

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