Venerdì 16 ottobre 2026Anno I · Edizione online

Assertività: dire quello che pensiamo senza calpestare gli altri

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6 min di lettura Lettura lunga

Infografica sugli stili comunicativi: passivo, rinuncia ai propri bisogni; assertivo, equilibrio e rispetto; aggressivo, prevaricazione

«Ma che ca**o hai fatto?»

Mi sono sentita dire questa frase. Non in un litigio, non durante una discussione particolarmente accesa, ma in una situazione nella quale quella persona stava semplicemente manifestando il proprio disappunto.

La cosa curiosa è che qualcuno, riferendosi a quella risposta, l’ha definita «assertiva».

E lì mi sono fermata a riflettere: siamo sicuri che dire quello che pensiamo in modo diretto, anche molto diretto, significhi essere assertivi?

Forse vale la pena partire proprio da qui, perché l’assertività viene spesso confusa con la capacità di farsi valere. Ma le due cose non coincidono necessariamente.

La stessa situazione, tre modi diversi di rispondere

Immaginiamo una situazione molto comune.

Una persona ci ha promesso di aiutarci con un impegno importante, ma all’ultimo momento ci comunica che non potrà farlo.

Possiamo reagire in almeno tre modi.

La risposta passiva

«Va bene, non preoccuparti. Troverò un’altra soluzione.»

Dentro, però, siamo arrabbiati e delusi. Avremmo voluto dire che quel comportamento ci ha messo in difficoltà, ma preferiamo evitare il confronto.

La risposta aggressiva

«Sei sempre il solito. Non ci si può mai fidare di te. Potevi pensarci prima!»

Abbiamo espresso la nostra rabbia, ma lo abbiamo fatto attaccando l’altra persona, svalutandola e rendendo più difficile qualsiasi confronto.

La risposta assertiva

«Capisco che tu possa avere avuto un imprevisto, ma per me questo cambiamento all’ultimo momento è un problema. Avevo fatto affidamento sul tuo aiuto. Per il futuro, avrei bisogno che mi avvisassi prima.»

La situazione è la stessa. Cambia il modo di affrontarla.

Quale delle tre modalità ti sembra più efficace?

Infografica sugli stili comunicativi: passivo, rinuncia ai propri bisogni; assertivo, equilibrio e rispetto; aggressivo, prevaricazione
Gli stili comunicativi: passivo, assertivo, aggressivo. Immagine fornita dall'autrice, generata con l'intelligenza artificiale

Assertività non significa essere duri

La differenza tra i tre stili non sta semplicemente nel tono della voce o nella maggiore o minore fermezza.

La questione centrale è il rispetto.

Nello stile passivo si tende a mettere da parte i propri bisogni, opinioni o sentimenti per evitare il conflitto o il giudizio degli altri. Nel tempo, però, questa rinuncia può trasformarsi in frustrazione, risentimento e senso di impotenza.

Nello stile aggressivo, invece, i propri bisogni vengono messi al centro senza considerare adeguatamente quelli dell’altra persona. Si cerca di imporsi, talvolta svalutando o dominando l’interlocutore.

L’assertività si colloca in una posizione diversa: significa riuscire a esprimere bisogni, opinioni, emozioni e limiti rispettando contemporaneamente se stessi e l’altro. È una comunicazione chiara e diretta, ma non prevaricante.

Per questo essere assertivi non significa necessariamente parlare con voce ferma, avere sempre la risposta pronta o non lasciarsi mai mettere in difficoltà.

A volte una persona può essere molto decisa e, nello stesso tempo, non essere affatto assertiva.

La fermezza, da sola, non basta.

Non esiste una risposta valida per ogni situazione

C’è però un altro aspetto importante: nella vita reale non comunichiamo all’interno di un manuale di istruzioni.

Il contesto conta.

Pensiamo, per esempio, a una persona molto arrabbiata sul lavoro. In quel momento potrebbe essere inutile cercare immediatamente un confronto ragionato. Forse è più efficace fare un passo indietro, lasciare che l’emozione si riduca e riprendere la conversazione successivamente.

Oppure pensiamo a un genitore alle prese con un figlio molto agitato: mantenere il proprio limite può essere necessario, ma cercare di «vincere» la discussione in quel momento potrebbe soltanto aumentare la tensione.

L’obiettivo dell’assertività non è applicare una formula rigida.

È imparare a scegliere come comunicare in relazione alla situazione, senza rinunciare né a se stessi né al rispetto dell’altro.

Anche State of Mind sottolinea che le persone possono manifestare stili diversi a seconda dei contesti e che l’assertività è una competenza che può essere allenata e migliorata.

Quanto sei assertivo?

Non è un test diagnostico, naturalmente. Può però essere un piccolo esercizio per osservare le proprie modalità abituali.

Rispondi pensando a come ti comporti più frequentemente.

1. Quando non sei d’accordo con qualcuno:
A. Preferisci tacere per evitare discussioni.
B. Esprimi il tuo punto di vista cercando di ascoltare anche quello dell’altro.
C. Cerchi di convincerlo che hai ragione.

2. Quando devi dire «no»:
A. Fai fatica e spesso accetti anche quando non vorresti.
B. Rifiuti spiegando con chiarezza le tue ragioni, senza sentirti necessariamente in colpa.
C. Rispondi in modo brusco perché non vuoi che insistano.

3. Quando qualcuno supera un tuo limite:
A. Lasci correre, anche se ti dà fastidio.
B. Fai presente ciò che non ti va e stabilisci il tuo limite.
C. Reagisci con rabbia per far capire che non deve succedere di nuovo.

4. Quando ricevi una critica:
A. La vivi facilmente come un giudizio personale.
B. Cerchi di capire se contiene qualcosa di utile, anche quando non sei d’accordo.
C. Ti metti subito sulla difensiva e contrattacchi.

5. Quando sei arrabbiato:
A. Tendi a trattenere quello che provi.
B. Cerchi di esprimere ciò che senti senza aggredire l’altra persona.
C. Dici quello che pensi senza preoccuparti troppo delle conseguenze.

Se hai scelto soprattutto A, potresti avere la tendenza a mettere i bisogni degli altri davanti ai tuoi.

Se prevalgono le C, può essere utile osservare quanto spesso la necessità di farti valere finisca per trasformarsi in uno scontro.

Se hai scelto soprattutto B, probabilmente hai già sviluppato una buona capacità di equilibrio tra espressione di sé e rispetto dell’altro.

E se le risposte sono miste? È assolutamente normale. Possiamo essere assertivi in alcune situazioni e molto meno in altre.

L’assertività si può allenare

La buona notizia è che non dobbiamo necessariamente «nascere assertivi».

L’assertività viene considerata una competenza che può essere sviluppata attraverso consapevolezza ed esercizio.

Si può cominciare da piccoli passi.

Imparare a riconoscere ciò che proviamo. Prima di comunicare un bisogno, è utile capire quale emozione stiamo vivendo e che cosa ci sta realmente dando fastidio.

Concedersi una pausa. Non siamo obbligati a rispondere immediatamente. Anche pochi secondi possono aiutare a evitare una reazione impulsiva.

Parlare in prima persona. «Io mi sono sentito…», «Io ho bisogno di…», «Per me questa situazione è difficile» permette di comunicare il proprio vissuto senza trasformarlo automaticamente in un’accusa.

Imparare a dire no. Un «no» rispettoso non è necessariamente egoismo. Stabilire un limite significa riconoscere che anche i nostri bisogni hanno valore.

Ascoltare davvero. Essere assertivi non significa parlare soltanto di sé. Significa anche lasciare spazio al punto di vista dell’altro.

Ridurre le giustificazioni. Dire ciò che pensiamo con chiarezza non richiede necessariamente una lunga serie di spiegazioni per ottenere l’approvazione degli altri.

Alla fine, non si tratta di vincere

Forse l’assertività non consiste nel trovare sempre la frase perfetta.

E nemmeno nel diventare persone più dure, più sicure o più «forti».

Significa, più semplicemente, imparare a stare nella relazione senza scomparire e senza schiacciare l’altro.

Possiamo dire «non sono d’accordo», possiamo dire «questa cosa mi ha ferito», possiamo dire «questa volta non posso» oppure «ho bisogno che tu rispetti questo limite».

E possiamo farlo senza trasformare ogni confronto in una battaglia.

Tornando a quella frase iniziale — «ma che ca**o hai fatto?» — forse oggi la domanda da porsi è un’altra:

riusciamo a dire quello che pensiamo senza dimenticarci che, dall’altra parte, c’è una persona?

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