Venerdì 16 ottobre 2026Anno I · Edizione online

La fierezza… di amministrare con fierezza

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4 min di lettura

Erbacce cresciute tra il selciato davanti a un portone nel centro storico di Viterbo

Il livello di fierezza è alto quando si parla di Santa Rosa e del Trasporto della Macchina. Per il resto dell’anno restano solo parole, mentre il centro storico si degrada e la periferia non brilla. Cosa resta delle fondamenta della politica di questa destra?

La “fierezza” significa “sentimento di dignità e di giusto orgoglio”, questo valore dovrebbe essere tipico di tutti i popoli che lo riconoscono attraverso i caratteri tipici della propria personalità o più frequentemente per l’appartenenza ad una certa identità storica, artistica, comunemente nazionale.

Il sentimento della fierezza non nasce da uno stupido orgoglio o da una falsa presunzione di sé, ma semplicemente dalla consapevolezza di una sofferta fedeltà ai propri ideali ed ai propri valori.

Spesso si è parlato di fierezza dandogli una declinazione politica precisa, ma normalmente descrive un valore orizzontale. Quella declinazione politica in realtà è spesso ricordata, come fosse il DNA di un valore con il quale, per tanti anni, si è costruita un’identità nazionale.

Il livello di fierezza è alto quando si parla di Santa Rosa, del Trasporto della Macchina, patrimonio immateriale dell’Unesco, di quell’unico giorno dove fede e coesione splendono nell’onore di tutta la popolazione, ma che purtroppo per il resto dell’anno restano solo parole. Nel frattempo il magnifico centro storico di Viterbo è sempre più degradato e la periferia urbana neanche brilla.

L’amministrazione comunale, questa, come quella passata, non riesce a rappresentare nella realtà la fierezza né dei suoi cittadini, né tanto meno a porre in essere principi e atti che manifestino, in alcun modo, l’amore per questa terra e per le sue importanti radici.

La tutela e la valorizzazione del centro storico erano uno dei capisaldi del programma politico presentato alle elezioni, ma sin ora, nei fatti, non è stato realizzato alcun provvedimento che vada in quella direzione, nessun progetto e nessun investimento è stato pianificato per trasformarlo. Solo nell’articolo 11 del Piano del commercio si era intravista, in nuce, una volontà di tutelare la città antica, ma senza nessuna capacità di controllo, peculiare affinché le norme acquisiscano un ragionevole senso nella realtà.

Continuando a perpetuare la mancanza di controllo, si è consolidata l’idea della città anarchica, nella peggiore accezione del significato, dando spazio a situazioni dove l’egoismo di certe persone, di alcune lobbies, hanno generato pseudo regole per pochi a discapito di tutti gli altri.

Proprio in questi ultimi giorni si è inoltre consolidata l’idea che anche la Sicurezza, altro caposaldo delle politiche di questa destra, si è indebolita al punto che di notte i ragazzi si picchiano in risse, dando alla città anarchica così un epilogo coerente all’indifferenza dei suoi amministratori.

Questa estate, ma in realtà sono anni, si è notato, anche grazie ai commenti di molti turisti, un preoccupante livello di decoro, di pulizia, una mancanza di rispetto per la storia, per quell’identità della memoria di una Città Antica così importante per valore artistico e storico, tale da frustrare ancora di più l’orgoglio, proprio la fierezza dell’amministrazione e del popolo che questa rappresenta.

Pertanto Viterbo, oltre ad essere trascurata nel decoro e nella pulizia, non è neanche più sicura: anzi l’ombelicus mundi della città antica non solo è deputato alla movida — scelta opinabile per la tutela, la conservazione e la valorizzazione di un luogo che ha forti radici medievali — ma poi questa si trasforma in una “mala movida” che, oltre ad imbrattare di urina e vomito i portoni degli ultimi residenti rimasti, si trasforma in violenza.

Cosa resta quindi delle fondamenta della politica di questa destra?

Non solo ci siamo abituati alla mancanza di fierezza ed alla mancanza di dignità, ma abbiamo costruito uno stereotipo alla rovescia, uno specchio orribilmente deformato, nel quale si riflette il peggio di noi stessi.

Non ci si dovrebbe compiacere dei propri vizi, delle proprie vigliaccherie — vedi i murales orribili sulle mura antiche ed il parcheggio selvaggio ovunque — compiacere perché malgrado tutto nessuno si occupa di rimuovere tali problemi. Bisognerebbe provarne disgusto e vergogna, più ancora, desiderio di cambiamento.

Cambiamento, sia chiaro, non vuol dire spingere la sporcizia sotto il tappeto affinché non la si veda: significa rimboccarsi le maniche e “ripulire” la città da cima a fondo. Finalmente potremo tornare a guardarci allo specchio ed essere capaci di sostenere il nostro stesso sguardo, senza aver più la voglia istintiva di abbassarlo in maniera omertosa.

L’amministrazione cittadina dovrebbe avere l’onore e l’onere di stimolare i suoi cittadini ad essere migliori, ad amare la propria identità e dimostrare quella fierezza, quell’amore quotidiano, lustrando quello specchio che così realisticamente ora riflette tanta miseria civica e bassa autostima.

Non è quindi il governo comunale ad offrire l’esempio da seguire ai suoi cittadini, ma sono alcuni gruppi di volontari che caparbiamente — loro sì, con fulgida fierezza — cercano di rendere la città più decorosa, sostituendosi persino alle funzioni tipicamente comunali e offrendo un alter ego di grandissima maturità civica, rappresentando l’unica dissonanza in una disarmonia preoccupante.

Articolo di L'Osservatore

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