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Particolato e muri verdi: come Viterbo può respirare meglio senza affidarsi a soluzioni miracolose

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Traffico e pini marittimi a piazzale Gramsci, appena fuori le mura di Viterbo

Le piante possono intercettare una parte delle polveri, mitigare il caldo e rendere più vivibili strade ed edifici. Ma il verde deve essere progettato sulla base dei dati e accompagnato dalla riduzione delle emissioni prodotte da automobili, trasporto merci e mezzi agricoli

VITERBO – Non sempre l’aria inquinata si vede o si riconosce dall’odore. Una parte delle sostanze più dannose presenti nell’atmosfera è costituita da particelle talmente piccole da rimanere sospese e penetrare profondamente nell’apparato respiratorio.

Si parla soprattutto di PM10, particelle con diametro inferiore a 10 micrometri, e di PM2,5, ancora più fini. Nel particolato possono essere presenti polvere minerale, fuliggine, metalli, sostanze organiche, solfati, nitrati e composti generati dalla combustione.

Le fonti sono numerose: traffico, riscaldamento, attività industriali, combustione di biomasse, cantieri, agricoltura e trasporto di merci. Una parte delle polveri stradali non proviene neppure dai tubi di scarico, ma dall’usura di freni, pneumatici e asfalto e dal materiale depositato a terra che viene nuovamente sollevato dal passaggio dei veicoli.

A Viterbo il problema non raggiunge generalmente i livelli registrati nelle aree più critiche del Lazio, ma questo non significa che possa essere trascurato.

Cosa accade quando respiriamo le polveri sottili

Le particelle più grandi vengono in parte bloccate da naso e prime vie respiratorie. Il PM10 può raggiungere bronchi e polmoni, mentre il PM2,5 riesce a penetrare più in profondità negli alveoli. Le particelle più fini possono inoltre entrare nel sangue e produrre effetti che non riguardano soltanto l’apparato respiratorio.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’esposizione di breve durata a elevate concentrazioni di particolato può aggravare l’asma, favorire infezioni respiratorie, ridurre la funzionalità polmonare e aumentare il rischio di eventi cardiovascolari.

L’esposizione cronica è associata a una maggiore probabilità di cardiopatie ischemiche, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva e tumore del polmone. Particolarmente vulnerabili sono bambini, anziani, donne in gravidanza e persone che già soffrono di patologie respiratorie o cardiovascolari.

L’OMS stima che nel 2019 l’inquinamento atmosferico esterno abbia contribuito a circa 4,2 milioni di morti premature nel mondo. Considerando insieme inquinamento esterno e domestico, la stima raggiunge 6,7 milioni.

Non esiste una soglia sotto la quale il rischio possa essere considerato completamente nullo. Per questo le linee guida dell’OMS raccomandano medie annuali non superiori a 5 microgrammi per metro cubo per il PM2,5 e a 15 per il PM10, valori molto più severi degli attuali limiti italiani, rispettivamente pari a 25 e 40 microgrammi.

Rispettare il limite di legge non significa quindi necessariamente aver raggiunto la condizione migliore per la salute.

A Viterbo valori nei limiti, ma una sola centralina non racconta tutta la città

La stazione di monitoraggio ARPA Lazio presente a Viterbo è classificata come centralina urbana da traffico e misura, tra gli altri inquinanti, PM10, PM2,5, ossidi di azoto, benzene e monossido di carbonio.

I rapporti regionali degli ultimi anni descrivono per Viterbo e per gran parte della zona appenninica concentrazioni di particolato generalmente inferiori ai limiti vigenti. Nel 2023 la centralina viterbese ha registrato una media annuale di biossido di azoto pari a 20 microgrammi per metro cubo, senza superamenti del limite orario. Anche i dati regionali relativi al periodo 2021-2025 indicano una situazione più favorevole rispetto a Roma e alla Valle del Sacco.

È una notizia positiva, che deve però essere letta correttamente. Una media annuale può nascondere picchi giornalieri e differenze notevoli tra quartieri. Inoltre, una centralina non può descrivere ogni strada, incrocio, area industriale o zona rurale del territorio comunale.

L’esposizione può essere maggiore nelle strade con molto traffico, vicino alle scuole, lungo la Cassia e la Tuscanese, nelle aree interessate dal trasporto merci e nei punti in cui gli edifici ostacolano la dispersione degli inquinanti.

Sarebbe utile affiancare alla rete ufficiale campagne periodiche con laboratori mobili e sensori indicativi opportunamente calibrati, senza confondere questi ultimi con le centraline certificate. Le misurazioni dovrebbero interessare anche le frazioni e i collegamenti utilizzati dai mezzi agricoli e aziendali.

Come funzionano i muri verdi

Foglie, rami e superfici vegetali intercettano le particelle trasportate dall’aria. Una parte delle polveri aderisce alle cere, ai peli e alle irregolarità delle foglie; successivamente può essere dilavata dalla pioggia o cadere insieme alle parti vegetali.

Le specie con foglie rugose, pelose, cerose o molto articolate tendono generalmente a trattenere più particelle rispetto a quelle con superfici lisce. Il risultato dipende però anche da vento, pioggia, umidità, densità della vegetazione, stagione, distanza dalla fonte e manutenzione.

I muri verdi possono essere formati da rampicanti radicati nel terreno oppure da moduli dotati di substrato e impianto di irrigazione. Questi ultimi permettono di utilizzare più specie, ma presentano costi di installazione, consumi idrici e necessità manutentive superiori.

La ricerca conferma che le piante accumulano particolato sulle foglie, ma invita alla prudenza quando si tenta di tradurre questa capacità in una riduzione dell’inquinamento di un’intera città.

Alcuni modelli hanno stimato diminuzioni locali molto elevate in particolari configurazioni stradali, fino al 60% per il particolato. Queste percentuali rappresentano scenari teorici e non possono essere applicate automaticamente a qualsiasi muro.

Uno studio condotto per sei mesi su dodici pareti verdi in un centro urbano non ha invece rilevato differenze significative nelle concentrazioni atmosferiche di polveri rispetto alle pareti di controllo, pur osservando una riduzione del rumore. Il contrasto tra i risultati dimostra quanto contino la progettazione, la posizione e le condizioni ambientali.

I muri verdi possono dunque contribuire a migliorare l’aria nelle immediate vicinanze, ma non possono compensare un flusso continuo di veicoli inquinanti.

Più fresco, meno energia e maggiore capacità di gestire l’acqua

La vegetazione offre benefici che vanno oltre la cattura delle polveri. L’ombra e l’evapotraspirazione riducono il riscaldamento delle superfici, mentre una facciata verde limita l’irraggiamento diretto sulle pareti e può diminuire il fabbisogno di raffrescamento estivo dell’edificio.

Alberi, siepi, tetti verdi e suoli permeabili possono anche trattenere una parte dell’acqua piovana, rallentarne il deflusso e ridurre la pressione sulla rete fognaria durante i temporali più intensi.

È invece necessario essere prudenti quando si afferma che il verde urbano “favorisce le piogge”. L’evapotraspirazione aumenta localmente l’umidità e grandi sistemi vegetali partecipano al ciclo dell’acqua, ma non esistono prove sufficienti per promettere che alcuni muri verdi possano aumentare le precipitazioni su Viterbo. Il beneficio più concreto consiste nella mitigazione del caldo, nella gestione dell’acqua caduta e nella riduzione dei consumi energetici.

Allo stesso modo, le piante producono ossigeno attraverso la fotosintesi, ma il contributo di una parete vegetale alla quantità complessiva di ossigeno respirabile in una strada è marginale. Il miglioramento sanitario deriva soprattutto da ombra, raffrescamento, benessere psicologico e, in condizioni favorevoli, intercettazione degli inquinanti.

Dove realizzarli a Viterbo

Una città storica richiede interventi rispettosi degli edifici e dei materiali. Ricoprire indiscriminatamente le facciate medievali o le mura in peperino sarebbe sbagliato e potrebbe provocare problemi di umidità, radici e manutenzione.

Si potrebbe partire da superfici moderne, edifici scolastici, parcheggi multipiano, pensiline, muri di contenimento e immobili pubblici privi di valore storico. Alcuni interventi potrebbero riguardare:

  • pareti verdi nelle scuole più vicine alle strade trafficate;
  • siepi basse tra carreggiate, marciapiedi e piste ciclabili;
  • coperture vegetali nei parcheggi e nelle zone commerciali;
  • tetti verdi su edifici comunali compatibili;
  • alberature nelle piazze e negli spazi aperti privi d’ombra;
  • piccoli giardini verticali presso fermate degli autobus e strutture sanitarie;
  • incentivi per condomìni, negozi e aziende che recuperano facciate non storiche.

Ogni progetto dovrebbe prevedere uno studio della ventilazione. Nelle strade strette, una chioma troppo fitta può rallentare il ricambio d’aria e aumentare localmente la concentrazione degli inquinanti. In questi contesti, pareti vegetali aderenti agli edifici e siepi opportunamente posizionate possono essere preferibili a filari troppo densi.

Servono inoltre specie resistenti alla siccità e al clima della Tuscia, sistemi alimentati con acqua piovana recuperata e un contratto di manutenzione pluriennale. Un muro verde abbandonato dopo l’inaugurazione diventa rapidamente una struttura secca e costosa.

Il parco automobilistico della Tuscia è particolarmente anziano

Il tema del verde non può essere separato da quello delle emissioni. Secondo dati diffusi nel 2026, nella provincia di Viterbo l’età media delle automobili avrebbe raggiunto circa 13 anni e 10 mesi, contro una media regionale vicina a 12 anni.

Il dato si inserisce in un problema nazionale: l’ACI certifica che nel 2024 l’età mediana delle auto italiane era di 13 anni e che quasi una vettura su quattro apparteneva alle classi Euro 0, 1, 2 o 3, con almeno 19 anni di anzianità.

I motori più vecchi, soprattutto diesel, possono emettere quantità molto superiori di ossidi di azoto e particolato rispetto ai modelli più recenti dotati di filtri efficienti. Usura, scarsa manutenzione e manomissione dei dispositivi antinquinamento possono peggiorare ulteriormente le emissioni reali.

Ma sostituire tutte le auto non è una soluzione socialmente semplice. Molte famiglie mantengono un veicolo vecchio perché non possono permettersene uno nuovo e perché, in un territorio con collegamenti pubblici insufficienti, l’automobile resta spesso indispensabile.

Occorrono quindi incentivi progressivi legati al reddito, destinati prima di tutto alla rottamazione dei mezzi più inquinanti, insieme a trasporto pubblico, car sharing, percorsi ciclabili e collegamenti con le frazioni. Un divieto privo di alternative rischierebbe di colpire soprattutto chi possiede meno risorse.

Mezzi agricoli e trasporto aziendale: una questione poco visibile

Nella Tuscia circolano numerosi trattori, mietitrebbie, furgoni e autocarri utilizzati da aziende agricole, artigiane e commerciali. Molti mezzi hanno una vita operativa lunga e motori diesel appartenenti a generazioni precedenti.

La Commissione europea riconosce le macchine agricole e da cantiere tra le fonti non stradali di ossidi di azoto, monossido di carbonio, idrocarburi e particolato. Le motorizzazioni più recenti sono soggette agli standard europei “Stage V”, ma il ricambio del parco esistente procede lentamente.

Regione, Comune e associazioni di categoria potrebbero promuovere contributi per sostituire o adeguare i macchinari più vecchi, controlli sulla manutenzione, filtri antiparticolato quando tecnicamente compatibili e mezzi elettrici per le lavorazioni leggere.

Per il trasporto aziendale si potrebbero creare punti di consolidamento delle merci, incentivare furgoni a basse emissioni e impedire la sosta con il motore acceso durante carico, scarico e attese.

Prima ridurre le emissioni, poi intercettare quelle residue

Un piano realistico per Viterbo dovrebbe unire verde urbano, mobilità e monitoraggio. I muri vegetali possono essere una parte visibile e utile della strategia, ma non devono diventare una giustificazione per rimandare interventi più difficili.

La priorità resta diminuire il traffico superfluo, migliorare i mezzi pubblici, rinnovare in modo equo il parco veicolare, controllare gli impianti di riscaldamento e aiutare aziende e agricoltori a sostituire i motori più inquinanti.

Le piante possono trattenere una parte delle polveri rimaste, raffrescare le strade e rendere la città più gradevole. Non sono una macchina capace di cancellare lo smog prodotto altrove.

Viterbo possiede spazi, competenze universitarie e un rapporto privilegiato con il paesaggio. Potrebbe avviare un progetto pilota, misurando particolato e temperatura prima e dopo l’installazione di pareti, siepi e tetti verdi. Solo così il verde urbano smetterebbe di essere un elemento decorativo e diventerebbe una politica ambientale verificabile.

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