La Macchina è arrivata al santuario alle 23.58 di ieri sera. Poche ore dopo, quando ancora si parlava di quanto era stata bella, le squadre della raccolta stavano già ripulendo le strade: il 3 settembre a Viterbo finisce così, con la città che si rimette in ordine nella notte stessa.
Vale la pena fermarsi un momento su quello che resta, adesso che è tutto finito.
Quello che lasciamo per terra
Che le squadre della raccolta lavorino bene è un fatto, e va riconosciuto: ripuliscono nelle ore subito dopo il passaggio della Macchina, e la mattina dopo il centro è già in ordine. Ma quello che raccolgono lo abbiamo lasciato noi.
Bottiglie, bicchieri, cartacce, avanzi lasciati dove ci si era seduti. Non è un’emergenza e non è una tragedia: è un’abitudine. E stona con tutto il resto della serata, perché la stessa gente che si commuove quando la Macchina passa poi si alza e lascia per terra quello che ha in mano, dando per scontato che qualcuno passerà a raccoglierlo.
Che il Comune pulisca in fretta è un merito. Che ci sia tanto da pulire è una responsabilità di chi c’era.
Quello che resta nei numeri
Più di trentamila persone si sono strette lungo il percorso. Centosettanta facchini hanno portato la Macchina, fra loro undici al primo Trasporto e cinque nuovi ciuffi. Cinque compagni sono rimasti a terra per infortunio. Sono numeri che dicono una cosa sola: per una notte, questa città sa organizzarsi, sa muoversi insieme, sa fare una cosa difficile e complicatissima senza sbagliare un passo.
È esattamente la domanda che poneva ieri su queste pagine Andrea Chiavarelli: se il 3 settembre la città si mostra al suo meglio, cosa succede negli altri trecentosessantaquattro giorni?
Quello che resta quando non guarda nessuno
Il giorno dopo la festa è il momento più onesto dell’anno per guardare Viterbo, perché è il momento in cui le telecamere se ne vanno e restano i posti come sono tutti i giorni.
Restano le piazze da cui abbiamo tolto le automobili solo per finta, in una pagina pubblicata stamattina. Resta il parco dell’Aeronautica al Barco, con l’erba secca e i pali dell’illuminazione senza lampada. Resta metà del parcheggio del Carmine occupata dai furgoni di una ditta di logistica. Resta un ufficio turistico il cui affidamento scade il 30 settembre, e cinque anni di atti che si accorciano di volta in volta.
Nessuna di queste cose toglie qualcosa al Trasporto. Sono due discorsi diversi, e chi li mescola per fare polemica fa un torto a entrambi. Ma la stessa città che per una notte tiene cinquanta quintali sulle spalle senza sbagliare, negli altri giorni fatica a tenere l’erba tagliata in un parco di quartiere. Il paragone non è ingeneroso: è la cosa più incoraggiante che si possa dire, perché dimostra che la capacità c’è.
Quello che resta da fare
C’è una cosa che il 3 settembre insegna e che vale tutto l’anno: le cose difficili riescono quando qualcuno se ne prende la responsabilità, quando c’è un’organizzazione che funziona e quando le persone sanno di far parte di qualcosa. Non è retorica da festa: è organizzazione.
Fra dodici mesi la Macchina si solleverà di nuovo. Il modo migliore per arrivarci non è aspettare il prossimo 3 settembre, ma usare i trecentosessantaquattro giorni in mezzo.





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